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Rai Sardegna, un patrimonio da difendere

Quando ero ragazzino mia madre mi portava sempre in ufficio in viale Bonaria. L’amministrazione della Rai non era stata ancora trasferita in via Barone Rossi, un piano sopra la sede dell’Ordine dei Giornalisti. Per anni, nei (favolosi?) anni Settanta, puntualmente il sei gennaio ricevevo il regalo della Befana che la Rai elargiva generosamente ai figli dei dipendenti. Da qualche parte a casa dei miei ci devono essere ancora le foto: calzoni corti, scarpe ortopediche e camis’e cantanti a sfondo floreale con degli alettoni al posto del colletto. Quasi ogni anno, poi, trascorrevo con la mia famiglia quindici giorni di vacanza in montagna nelle località convenzionate con la Rai, poi tanto toglievano i soldi a rate dallo stipendio di mamma. Per dire che sono molto legato a Rai Sardegna. E che la notizia di questi giorni, secondo cui la Rai regionale rischia di perdere anche quel barlume di autonomia che gli è rimasta a parte i tiggì sempre più ridotti, cioè i programmi radiofonici autoprodotti di approfondimento identitario, mi allarma un bel po’.

Rai Sardegna: stop gravissimo

«Trovo gravissimo lo stop alla programmazione radiofonica della sede», ha dichiarato in un comunicato stampa il caporedattore del Tg regionale Anna Piras, dopo che da Roma è arrivato il diktat: “o la Regione firma la convenzione e paga i finanziamenti o dal primo aprile saltano i programmi radiofonici”. «Un segnale pessimo, una decisione che non solo mette a repentaglio posti di lavoro, ma che legittima la perdita di uno spazio fondamentale per la diffusione del patrimonio culturale e linguistico della nostra Regione – ha scritto la Piras – proprio in un momento in cui si discute in Parlamento la riforma del titolo V della Costituzione e la politica sarda rivendica, legittimamente, la diversità e la ricchezza della Sardegna. Credo quindi che siano proprio le istituzioni a doversi fare carico e assumersi la responsabilità – insieme al responsabile regionale dell’azienda – di un ripensamento immediato, che eviti che la nostra Regione sia l’unica, in Italia, a trovarsi priva di un veicolo fondamentale e preziosissimo di cultura, sperimentazione e conoscenza».

Insomma anche i colleghi della Rai, notoriamente considerati nella categoria come i giornalisti con le spalle più coperte, in un periodo nero per tutta l’informazione sarda falcidiata da disoccupazione e precariato, sono sul piede di guerra. A differenza di altre Regioni a Statuto speciale come il Friuli Venezia Giulia, infatti, se la Sardegna vuole avere una programmazione che diffonda sul territorio la propria lingua e la propria cultura deve pagarsela di tasca sua. Il Governo non mette il becco di un quattrino. Così per lo meno è sempre stato negli ultimi anni. E appunto, visto che qui i soldi sono sempre meno la convenzione che dovrebbe garantire i finanziamenti regionali, pare siano circa 300 mila euro, non è ancora arrivata.

Nel giro di poche ore, come era prevedibile, sono arrivate le rassicurazioni della Regione. L’assessore regionale alla Pubblica Istruzione e all’Informazione ha assicurato a stretto giro di posta che la firma della convenzione è imminente e mai e poi mai la Sardegna rinuncerà alla programmazione regionale che “rappresenta un esempio di diffusione culturale dei alta qualità alla quale non intendiamo rinunciare”.

Giusto per aumentare la confusione è poi intervenuto il senatore del Pd Silvio Lai, affermando che la Regione ha fatto bene a non firmare la convenzione regionale, in quanto il nuovo contratto di servizio Rai stipulato lo scorso anno prevede, grazie al pressing dei senatori Pd, anche il sardo tra le lingue tutelate e dunque finanziate dal servizio pubblico statale. Secondo il parlamentare democratico servirebbe dunque una nuova «convenzione di servizio regionale totalmente nuova, finanziata dallo Stato come prevede la legge, sottoscritta tra la Rai, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e la Regione. Quest’ultima non stipula una convenzione a parte ma può decidere, se lo ritiene necessario, di integrare il finanziamento».

Insomma il nuovo contratto Rai aprirebbe secondo il senatore sardo “una nuova stagione di opportunità anche lavorative e professionali che la Giunta non può farsi scippare”.

In attesa di capire quali saranno gli sviluppi della situazione, la preoccupazione è però tanta. Anche perché chi ci governa, il Pd made in Renzi, dietro le formalità pseudo democratiche e i buonismi di facciata, ha ampiamente dimostrato di essere estremamente centralista e di non amare per nulla le autonomie, considerate uno sperpero di denaro pubblico. Verosimilmente la riforma costituzionale che sta per vedere le luce in Parlamento non risparmierà quell’autonomia sarda che i nostri politici non hanno per la verità mai saputo difendere in quasi settant’anni.

E poi il premier fiorentino, che sta conducendo una battaglia contro gli sprechi nella tv pubblica, non ha fatto mai mistero di voler sopprimere le sedi regionali della Rai.

Bisognerebbe ricordare al premier – speriamo lo abbiano fatto i senatori sardi del Pd – che quando si tratta di difendere l’identità, la lingua e l’autonomia di un popolo i soldi non sono mai sprecati.

E Rai Sardegna, nel corso della sua storia, un po’ di autonomia l’ha indubbiamente esercitata con una programmazione di qualità.

L’autoproduzione in bianco e nero

Ero poco più che ventenne quando iniziai a guardare con maggiore interesse i programmi televisivi autoprodotti dalla Rai regionale. Quelli che poi, inspiegabilmente, sono stati cancellati. Anche in quel caso probabilmente perché non c’erano soldi. Avevo vent’anni e non sapevo ancora che alla fine, quasi per caso, sarei diventato giornalista. E avrei perso la vita appresso a una professione che per me e per molti come me sta diventando sempre più una passione e sempre meno un mezzo di sussistenza.

Bazzicando da ragazzino in viale Bonaria ho conosciuto fior di giornalisti e cameraman. Ho conosciuto registi e programmisti (ricordo per tutti Maria Piera Mossa). Ho conosciuto le indimenticabili voci di Rai Sardegna e del mitico Gazzettino sardo, Aurora Lai e Tino Petilli. Ricordo ancora Maestrale, la trasmissione di Giovanni Columbu che andava in onda, mi pare, il sabato pomeriggio. Riguardare quelle puntate oggi in streaming su Sardegna Digital Library, benedetta sia, fa un certo effetto, con quel conduttore di colore che parlava come Sammy Barbot in Discoring.

Conservo gelosamente i documentari realizzati dalla Rai in quel periodo, videocassette rimasterizzate da mio padre e riversate in dvd: L’Isola del Vento, La Sardegna a cavallo, La vela latina, Il treno che parte da Mandas e altri ancora.

Quanto basta per dire che, anche se qualche collega “continentale” si ostina a sbagliare l’accento delle località dell’isola in un modo a dir poco criminale, Rai Sardegna e la storica sede regionale di viale Bonaria sono un patrimonio che dobbiamo difendere con i denti. Non solo evitando di farci scippare le trasmissioni radiofoniche, ma, possibilmente, facendo in modo di recuperare anche un po’ di quella bella autoproduzione video di cui oggi resta solo uno sbiadito ricordo.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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