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In difesa della lingua italiana: # dilloinitaliano

Form, jobs act. Market share. Spread. Ma come parli?, diceva, anzi urlava, Nanni Moretti in Palombella Rossa. Il linguaggio, soprattutto quello fumoso della politica e della burocrazia, spesso infarcito di termini stranieri incomprensibili ai più, sfugge alla regola del parla come mangi perché spesso, quando si ha poco da dire, l’utilizzo sconsiderato dell’anglomania fa comodo per non essere capiti dalla gente. Per questo motivo la pubblicitaria e scrittrice milanese Annamaria Testa ha lanciato nelle scorse settimane una petizione online che sta spopolando sul web: # dilloinitaliano. Nella petizione, arrivata ormai a quasi settantamila firme, si chiede che l’Accademia della Crusca inviti formalmente il Governo e le Pubbliche Amministrazioni, gli esponenti dei media e le associazioni imprenditoriali a utilizzare termini italiani in ogni occasione in cui farlo sia “sensato, semplice e naturale”.

La petizione # dilloinitaliano – ha fatto sapere nei giorni scorsi la Testa – è stata firmata da “moltissimi che dichiarano di sapere più lingue e di essere inorriditi dall’uso sconclusionato dei termini inglesi, molti insegnanti d’inglese e d’italiano, italiani all’estero e stranieri residenti in Italia. E poi: avvocati e giornalisti, medici, economisti, persone che lavorano nelle multinazionali o nella comunicazione, tutti sfiniti dall’eccesso d’itanglese. Hanno firmato studenti e anziani, compreso uno straordinario signore di 85 anni. Hanno firmato cittadini che pretendono di capire bene quel che si dice nei tg o nei discorsi dei politici. Hanno firmato tantissimi che dicono amo la mia lingua”.

La stessa Accademia della Crusca ha annunciato sulla sua pagina Facebook di condividere le ragioni della petizione “Un intervento per la lingua italiana ‪#‎ dilloinitaliano” e ne ha discusso durante il convegno “La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi”.

La campagna # dilloinitaliano

«Infarcire discorsi politici e comunicazioni amministrative, resoconti giornalistici o messaggi aziendali di termini inglesi che hanno adeguati corrispondenti italiani rende i testi meno chiari e trasparenti, meno comprensibili, meno efficaci», si legge nella lettera che la Testa ha inviato ai vertici dell’Accademia della Crusca. «Farsi capire è un fatto di civiltà e di democrazia».

«La lingua italiana – ricorda la promotrice della petizione # dilloinitaliano – è la quarta più studiata al mondo. È un potente strumento di promozione nel nostro paese ed è un grande patrimonio. Sta alle radici della nostra cultura. È l’espressione del nostro stile di pensiero. Ed è bellissima».

«Privilegiare l’italiano non significa escludere i contributi di parole e pensiero che altre lingue possono portare. Non significa chiudersi ma, anzi, aprirsi al mondo manifestando la propria identità. Significa, infine, favorire un autentico bilinguismo: competenza che chiede un uso appropriato e consapevole delle parole, a qualsiasi lingua appartengano».

Nella lettera la Testa chiede «che, come avviene in Francia, in Spagna, in Germania e nei paesi anglosassoni, l’Accademia della Crusca attivi, anche in rete e insieme ad altre istituzioni, iniziative e servizi utili a promuovere e a diffondere qui da noi l’impiego consapevole delle parole italiane, e chiediamo che vengano conferite le risorse per poterlo fare».

Nella petizione # dilloinitaliano si ricordano inoltre alcune ragioni per cui scegliere termini italiani che esistono e sono in uso è una scelta virtuosa.

  1. Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia.
  2. Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione.
  3. La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese.
  4. Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema.
  5. In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli. Chi parla come mangia parla meglio.
  6. Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività.
  7.   Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani.
  8. L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo.

Ecco il link per firmare la petizione

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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