gratuità

Gratuità: è stata questa la parola più pronunciata durante il seminario “Quale informazione per il Terzo Settore” organizzato dall’Ucsi Sardegna nella facoltà Teologica di Cagliari. Non fraintendete: non gratuità nel senso di lavorare gratis, fenomeno abbastanza frequente nel mondo dell’informazione dove spesso le collaborazioni sono quasi a costo zero per gli editori e i precari lavorano senza essere tutelati dal sindacato. Gratuità nel senso più ampio del termine: nel senso di fare le cose perché è giusto farle. Non solo per il proprio tornaconto, ma anche per il bene della comunità alla quale si appartiene. Gratuità nel senso che qualsiasi lavoro, libero o subordinato che sia, può esser fatto senza l’occhio perennemente rivolto all’orologio o al portafoglio, ma con generosità.

Gratuità e Terzo Settore, dunque. Solo lasciando spazio alla solidarietà e alla partecipazione di tutti alla gestione della cosa pubblica, si può uscire dalle secche della crisi economica e lavorativa. Anche nel settore del giornalismo. Perché, lo ha detto il presidente dell’Ordine regionale dei giornalisti della Sardegna Filippo Peretti, se ci fossero più editori “sociali” che praticano la gratuità e meno industriali, finanzieri, cementificatori e immobiliaristi, forse anche il nostro giornalismo navigherebbe in acque un po’ migliori.

La gratuità del Terzo settore

Ma andiamo per gradi. Nel seminario di ieri sera si è parlato del cosiddetto Terzo Settore, il “no profit”. Ma non di quello corrotto e clientelare venuto alla luce nell’inchiesta Mafia Capitale e neanche di quello che viene attivato e convenzionato solo perché gli enti pubblici non hanno i soldi per mandare avanti i servizi essenziali. Si è parlato del Terzo Settore buono, quello che lavora silenziosamente e al quale questo Governo guidato da Matteo Renzi pare abbia deciso di dare maggiore credito. Un settore che conta in Italia quasi 5 milioni di volontari e dà lavoro ad un bacino complessivo di quasi un milione di persone . Lavora silenziosamente, produce e cresce anche a livello occupazionale.

gratuitàEdoardo Patriarca, parlamentare del Pd ed esperto del settore con un curriculum di dieci pagine, ha spiegato come il Governo Renzi abbia deciso di puntare sul no profit studiando una riforma ambiziosa che – ha detto – vorrebbe dare all’Italia una “nuova infrastrutturazione sociale”. In parole povere la riforma che dovrebbe vedere la luce entro quest’estate, definita da Patriarca di rango “quasi costituzionale”, punterebbe a lanciare una nuova idea della Repubblica italiana fondata sulla solidarietà, sulla sussidiarietà, sulla partecipazione e, come detto, sulla gratuità.

Vedremo se si tratta solo di uno slogan dell’era renziana come la storia degli ottanta euro o dell’abbassamento della pressione fiscale. Ma è pur vero che se il nostro Paese vuole veramente uscire dalla crisi economica e morale che lo sta uccidendo deve puntare sulle sue forze buone. Deve, come ha detto Patriarca, provare a curare le ferite della comunità perché, fuori dai confini delle pagine di cronaca che ci raccontano solo devastazioni, ci sono tanti territori che stanno lavorando e stanno dimostrando di essere capaci di riprendersi.

«Vogliamo mobilitare le realtà associative del Paese dandogli un ruolo da protagonista», ha detto Patriarca spiegando che in Italia il welfare non può prescindere dalla cooperazione sociale. Certo, la fiducia ha un prezzo: per evitare abusi ci saranno maggiori controlli e alle associazioni sarà richiesta una maggiore trasparenza nell’esercizio delle loro attività.

La legge delega che riformerà il Terzo Settore, ha spiegato Patriarca, ha quattro punti fondamentali:

  • Saranno riformati gli articoli del Codice Civile per una più precisa identificazione del Terzo Settore all’interno della più ampia libertà associativa (la definizione sarà subordinata al perseguimento effettivo dell’utilità sociale e del bene comune);
  • Saranno regolamentati meglio gli aspetti fiscali per evitare, come avviene oggi, che possano essere incredibilmente beneficiari del 5 X 1000 anche enti che di no profit non hanno nulla come i circoli del golf; saranno inoltre riconosciute diversamente dal punto di vista fiscale anche le donazioni private in modo che il settore no profit possa essere sempre più autonomo e libero;
  • Oltre alle associazioni di volontariato sarà riconosciuto maggiormente anche il settore dell’impresa sociale, al quale il Governo Renzi attribuisce grandi potenzialità occupazionale (l’auspicio è l’aumento del 10%);
  • Sarà infine dato impulso al Servizio civile, abbandonato nella scorsa legislatura e viceversa considerato dall’attuale premier una grande leva per il volontariato e comunque un modo per insegnare ai ragazzi il valore della gratuità.

Fin qui i propositi del Governo sul terzo settore. Nella speranza che non si arrivi a monetizzare e contabilizzare anche l’attività degli enti no profit che si reggono soltanto sulle offerte snaturando lo stesso volontariato. Le stesse associazioni, che hanno fatto pervenire oltre 1500 proposte di modifica alle linee guida previste dal Governo, hanno chiesto di salvaguardare il principio della gratuità (intesa appunto come volontariato) per evitare di essere parificati ad enti e istituti (l’esempio fatto è stato quello dell’Università Bocconi) che hanno tanti dipendenti.

Vedremo come sarà portata avanti la riforma. E soprattutto vedremo se la repubblica della corruzione e delle clientele che conosciamo e di cui ci parlano i giornali saprà accettare questa sfida che, in teoria, propone il riconoscimento a pieno titolo del Terzo Settore e il suo ruolo da protagonista nelle decisioni della pubblica amministrazione.

La finalità, ha detto l’arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio, è anche quella di combattere la mentalità esclusivamente statalista, di dare fiducia al privato parificato (vedi le scuole non statali) e di sposare una visione della società dove la persona sia finalmente al primo posto.

Informazione no profit

Ma l’informazione che ruolo ha in tutto questo?

gratuitàInnanzitutto – è stato ripetuto più volte – i giornalisti potrebbero accantonare per un attimo la cronaca nera e le inchieste sulla politica corrotta per parlare anche di un mondo come quello del no profit che lavora e costruisce silenziosamente.

Ma, come proposto da Filippo Peretti, è la stessa informazione a poter diventare no profit. C’è necessità di editori sociali che – ha detto – investano le loro risorse per parlare della società e non soltanto di palazzo Chigi e delle inchieste giudiziarie. Testate di questo genere esistono, ma vengono sistematicamente sottovalutate dalla grande stampa.

Oggi che nelle redazioni si parla più di tagli al personale che di contenuti giornalistici, per trovare nuovi sbocchi occupazionali e nuove motivazioni, l’informazione ha bisogno di cambiare prospettiva. Gli editori “impuri” (gli industriali, finanziari cementificatori e immobiliaristi di cui sopra) hanno fatto il loro tempo anche perché antepongono sistematicamente alla libera informazione i loro interessi personali.

Per tornare a rinverdire il ruolo del giornalista come difensore civico o come “cane da guardia del potere” occorrono editori che facciano della gratuità (ma ovviamente non dello sfruttamento del lavoro) un nuovo modo di essere imprenditori. Oltre che ovviamente giornalisti che non si limitino a fare da velina alle istituzioni, ma vigilino affinché i buoni propositi, come questa riforma della solidarietà e della gratuità proposta da Renzi, non si riducano a parole vuote o, peggio, si trasformino in ulteriori possibilità di abuso.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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