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Quella storia del giornalismo in Sardegna

La testimonianza più forte è stata la sua. Ha raccontato di quando Nino Rovelli gli propose la guida della Nuova Sardegna dicendogli senza mezzi termini che il giornale avrebbe dovuto “fare gli interessi” del colosso petrolchimico di proprietà della famiglia Rovelli, la Sir. Il giornalista Enrico Clemente, ex presidente dell’Assostampa sarda e membro della giunta Fnsi, personaggio chieva della storia del giornalismo in Sardegna, capì che stava rinunciando a parecchi privilegi ma rifiutò diplomaticamente l’offerta di Rovelli diventando uno dei principali oppositori dell’incredibile monopolio che dalla fine degli anni 60 alla fine degli anni 70 ha condizionato la stampa sarda.

Enrico Clemente ha raccontato la sua esperienza durante un interessante incontro di formazione sulla Storia del Giornalismo in Sardegna organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Sardegna nella sede cagliaritana dell’Unione Editoriale.

Storia del Giornalismo in SardegnaSicuramente il decennio in cui Rovelli assunse il controllo sia della Nuova Sardegna che dell’Unione Sarda è stato il periodo più buio per l’informazione isolana. Rovelli aveva un controllo pressoché totale sull’economia e sull’informazione sarda: nessun provvedimento veniva preso se non era di stretto interesse della Sir. Agricoltura, strade, porti, artigianato, commercio: tutto venne dimenticato. Nei posti di comando venivano piazzate persone fedelissime (e spesso poco competenti) che avrebbero eseguito esclusivamente la volontà del potere.

In quel periodo difficile della storia del giornalismo sardo, Clemente era stato uno dei promotori di un progetto di legge che intendeva provare a scalzare il monopolio favorendo la nascita di cooperative di giornalisti e poligrafici. Provvedimento che non fu però approvato. Vuoi perché Rovelli non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla posizione di predominio dell’Unione Sarda e della Nuova Sardegna, vuoi perché molti giornalisti dei due quotidiani si opposero perchè preferirono fare carriera servendo il padrone. E infine, motivo certo non di poco conto, perché vi fu anche il veto della massoneria, che notoriamente in Sardegna ha sempre contato molto nella gestione dei rapporti tra politica e informazione.

Nonostante tutto, durante il devastante monopolio di Rovelli, alcuni giornalisti misero su una cooperativa per dare vita a Tutto Quotidiano, giornale che ovviamente riuscì a resistere soltanto per due anni. Ma quanto è cambiata la situazione rispetto agli anni più bui?

Breve storia del giornalismo sardo

La libertà di stampa è stata introdotta anche in Sardegna dallo Statuto Albertino nel 1848, proprio all’indomani della cosiddetta “fusione perfetta”, cioè dell’annessione al Piemonte che – fortemente voluta soprattutto dalle classi borghesi e imprenditoriali e non certo dal popolo – comportò l’improvvida rinuncia dell’isola a tutti i suoi privilegi e alla sua autonomia. In questo clima, ha spiegato Francesco Atzeni, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Cagliari (che ha focalizzato la sua relazione soprattutto sui rapporti tra informazione e politica in Sardegna), mentre la stragrande parte della popolazione sarda viveva nell’analfabetismo più totale, nascevano nell’isola i primi “fogli” nei quali gli intellettuali di allora iniziavano a discutere di quella che nel corso degli anni è stata definita “questione sarda”.

Ex sede Unione SardaLa storia del giornalismo in Sardegna è soprattutto la storia dell’Unione Sarda (nella foto la vecchia sede dell’Unione) e della Nuova Sardegna, le due testate che, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri, si sono spartite pressoché da sole la torta dell’informazione nei due poli principali della Sardegna, Cagliari e Sassari. Ma è anche la storia di una commistione sempre molto forte tra l’informazione, la politica e il potere economico, testimoniata dalla più volte rilevata mancanza dei cosiddetti editori “puri”, con l’eccezione di Nicola Grauso prima editore dell’Unione Sarda poi del Giornale di Sardegna e di Epolis.

Spesso e volentieri (non sempre) è stata infatti la politica a “piazzare” i giornalisti come se fossero le sue pedine nelle varie testate: per cui, a scanso di equivoci, è bene sottolineare che le fortune di un giornalista in Sardegna non sono state sempre determinate esclusivamente dalla sua bravura con la penna o con il pc.

Il primo foglio di un certo rilievo nato nell’isola dopo la liberalizzazione della stampa è stata La Gazzetta popolare (1869), fondata dall’avvocato, politico e tipografo Giovanni Sanna Sanna (il doppio cognome non è un refuso), che aveva interessi anche nelle miniere e nelle ferrovie. In quegli anni, come detto, fiorirono numerosi “fogli” che davano voce alle istanze e alle peculiarità della Sardegna, ma quelle testate sono state per lo più meteore passeggere che in ogni caso non durarono che pochi anni.

Fino alla nascita dell’Unione Sarda nel 1889. Fondata da alcuni intellettuali tra cui Francesco Cocco Ortu, uno degli uomini politici più importanti e influenti di quel periodo, l’Unione era nata come settimanale con un orientamento conservatore moderato. Negli anni Venti il giornale cagliaritano fu rilevato dalla famiglia di Ferruccio Sorcinelli, filo-fascista, che adottò una linea tale da consentire all’Unione Sarda di passare indenne il ventennio, durante il quale fu perfettamente allineata con il regime.

Ebbe una sorte contraria la Nuova Sardegna. Il quotidiano sassarese, nato nel 1891 con una maggiore attenzione ai ceti più popolari, mantenne una posizione nettamente antifascista e dovette sospendere le pubblicazioni dal 1926 al 1947.

Non che la Nuova Sardegna fosse vincolata dai poteri forti. Facendo un salto in avanti alla fine dell’era Rovelli, Enrico Clemente ha raccontato che perché andasse in porto la trattativa tra Rovelli e l’imprenditore Carlo Caracciolo fu necessario proporre al presidente della Regione Amandino Corona un direttore massone. E accettare l’invito della Democrazia Cristiana sarda di affidare una quota societaria ad un giovane e intraprendente Flavio Carboni.

La storia del giornalismo in Sardegna – che in questa sede si accenna soltanto a grandi linee – parla racconta di tante piccole testate che hanno cercato di sopravvivere invano allo strapotere dei grandi giornali. Di intellettuali e studenti che hanno con sorti alterne tentato l’avventura editoriale. Di un giornalismo cattolico quasi mai in grado di incidere sull’opinione pubblica, tranne forse con l’esperienza di Sardegna Cattolica. Di un giornalismo socialista legato alle zone minerarie dell’iglesiente che per un decennio, dal 1912 al 1922, con la testata Il risveglio dell’Isola, riuscì a dare filo da torcere all’Unione Sarda.

Molte le meteore nate per ragioni politiche o per difendere questo o quell’interesse economico. Testate riproposte molte volte nel corso degli anni, come Il Giornale di Sardegna fatto rinascere addirittura per la quarta volta da Nicola Grauso nel 2004.

Nel suo saggio “Dalla linotype al web”, il vice direttore dell’Unione Sarda Carlo Figari, docente di storia del giornalismo all’Università di Cagliari, ha ricostruito soprattutto la storia ancora frammentaria e priva di fonti (che non siano le testimonianze dirette dei protagonisti) del giornalismo sardo tra gli anni Settanta e Novanta, compresa l’importante esperienza di Video On Line con cui l’Unione Sarda – allora guidata dal “visionario” Nicola Grauso – era stata la prima testata italiana ad affrontare il mare magnum del web.

Nel corso degli ultimi trent’anni molti giornali hanno tentato di scalfire (senza mai riuscirci) lo strapotere dell’Unione Sarda e della Nuova Sardegna. Tutto Quotidiano, nato nel 1974 per reagire al monopolio di Nino Rovelli durò soltanto due anni anche a causa della forte divisione tra le diverse anime della redazione. Anche L’Altro Giornale, una delle prime testate sarde ad usare i computer in redazione, durò solo due anni, dall’81 all’82.

Per avere un’esperienza un po’ più stabile è stato necessario attendere la fine del 2004, quando Nicola Grauso – che cinque anni prima aveva dovuto cedere l’Unione Sarda a Sergio Zuncheddu – viene slegato dal patto di non belligeranza e torna libero di editare per la quarta volta nella storia del giornalismo sardo Il Giornale di Sardegna, che diverrà poi Epolis.

L’esperienza Epolis

Sin dalla fine degli anni Novanta Grauso aveva in mente un network di giornali delocalizzati che gravitassero attorno a una unica redazione centrale. Sui muri in pietra antica della redazione del Giornale di Sardegna in viale Trieste, nel giugno 2004 (quando si iniziò a formare la redazione in preparazione del numero zero del Giornale di Sardegna), erano visibili citazioni di vari autori secondo cui il lavoro effettuato in remoto sarebbe stato economicamente più sostenibile.

Epolis, sotto la guida di Antonio Cipriani prima e di Enzo Cirillo dopo, diventerà nel corso degli anni una galassia di 18 giornali dislocati in tutte le maggiori città della Penisola dando lavoro a circa centoventi giornalisti e altrettanti dipendenti tra poligrafici e amministrativi. Ma il network voluto dall’imprenditore cagliaritano purtroppo era una fonte di debiti. Grauso, dopo aver minacciato decine di volte di portare i libri in tribunale, decise quindi di non scommettere più nella sua creatura e nei suoi dipendenti. Dopo qualche mese di stop, nel 2006, passò la mano ad ad un imprenditore trentino Alberto Rigotti la cui gestione poco oculata (per usare un eufemismo) portò Epolis, allora diretto da Enzo Cirillo, al fallimento nel gennaio 2011.

Nel 2011, dopo il crac Epolis, doloroso oltre che per i giornalisti anche per una impotente Assostampa e soprattutto per le casse degli enti di previdenza dei giornalisti, si registra la nascita di altri due quotidiani, Sardegna 24 e Sardegna Quotidiano. Ma si tratta di due esperienze senza futuro che durano solo alcuni mesi senza alcuna incidenza nel panorama informativo sardo, se non quella di creare altra rabbia, precariato e disperazione.

Oggi il presente della carta stampata nell’isola è rappresentato dai soliti due giornali, l’Unione e la Nuova, che iniziano a sentire il peso degli anni e sembrano aver eliminato qualsiasi velleità di farsi la concorrenza (anche il formato è praticamente lo stesso). La Nuova Sardegna ha tagliato la cronaca di Cagliari e anche il Gruppo Unione editoriale inizia a dare segni di difficoltà e a smobilitare dal nord Sardegna.

Il passaggio epocale dal cartaceo al web, previsto da Grauso già nel 2000, non è ancora arrivato. Le testate del web, che dovrebbero rappresentare il futuro, non riescono a decollare e soprattutto a creare posti di lavoro. La pubblicità manca sul cartaceo e ancor di più sul web.

SardiniaPost, Sardegna Oggi, Casteddu Online, CagliariPad sono solo alcune delle tantissime testate online che sfornano ogni giorno notizie che in tempo reale approdano in rete. Sui blog e sui social network ognuno può scrivere quello che vuole. La democrazia digitale sembra aver preso il sopravvento. Eppure, in questo tripudio di notizie accessibili a tutti, i mezzi di informazione stanno boccheggiando. Cresce la disoccupazione, molti giornalisti bravi sono espulsi da un mercato sardo che spesso premia ancora solo i più raccomandati. Segno che la stretta connessione che nel corso degli anni ha caratterizzato il giornalismo e la politica sarda è ancora molto attuale.

Epolis, Sardegna 24, Sardegna Quotidiano. Sardegna Uno, Cinque Stelle Tv. Bastano questi nomi per descrivere una situazione che sta per esplodere. Forse per questo è bene che tutti, soprattutto i più giovani, conoscano la storia e l’evoluzione della nostra professione in Sardegna. Quanto meno per evitare di ripetere ancora per l’ennesima volta gli stessi errori del passato.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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