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Charlie Hebdo e l’importanza delle parole

Ammetto la mia ignoranza. Non conoscevo Charlie Hebdo. Dopo il sanguinario attentato alla redazione del giornale satirico francese come tanti sono andato a vedere quali sono le terribili vignette che hanno fatto esplodere l’odio degli attentatori che al grido Allah akbar (Allah è grande) hanno assassinato brutalmente dodici persone tra cui dieci collaboratori della testata e, tra questi, il direttore e quattro disegnatori storici. Non è stato difficile. In questi giorni molte testate online hanno pubblicato le vignette incriminate. In tutta Europa si sono elevate al cielo le matite al grido Je suis Charlie per difendere la libertà di espressione calpestata in modo così spietato dal fanatismo religioso. Eppure, nonostante reputi la libertà di espressione una libertà fondamentale per qualsiasi regime democratico, non riesco a sentirmi Charlie Hebdo.

La strage di Charlie Hebdo

La tragedia di Charlie Hebdo ha suscitato nell’opinione pubblica le più disparate reazioni  cui i social network stanno facendo da cassa di risonanza. Commentatori di grido e urlatori di professione scorgono in questa ennesima strage la conferma di una sorta di guerra santa tra islamici e cristiani. Altri hanno invece pensano ad una offensiva islamica contro l’Occidente progressista che ora dovrà impugnare le armi per difendere le libertà conquistate in secoli di storia.

Disparate anche le reazioni più propriamente politiche. L’estrema destra ha subito colto la palla al balzo per mettere al bando in massa tutti i musulmani, anche i poveracci che arrivano dal mare in Europa per fuggire dalle zone di guerra. La sinistra liberale e progressista (che insieme alla cosiddetta destra moderata compone il minestrone della maggioranza italiana), pur scendendo in piazza con la matita in mano per difendere la libertà di espressione, sembra invece provare un sottile senso di imbarazzo nel difendere le vignette anti-islamiche di Charlie Hebdo. Forse constatando che effettivamente sono un po’ offensive e vanno contro il modello di società multiculturale agognata dal politically correct.

Un imbarazzo comprensibile, visto che la stessa sinistra pseudo intellettuale che qualche mese fa ha messo alla gogna il povero Magdi Cristiano Allam chiedendone l’interdizione dagli uffici giornalistici, ora si trova a scendere in piazza per difendere un giornale che sostiene praticamente le stesse tesi di Allam sul fondamentalismo islamico, seppure in forma molto più violenta, volgare e aggressiva.

Ma si sa, la coerenza non è proprio il punto forte della sinistra nostrana.

Per dirla tutta, scorrendo le vignette di Charlie Hebdo pubblicate dai siti online, non si può non notare che le più feroci dissacrazioni sono dedicate alla religione cattolica. Ma un conto è la reazione dei cattolici, che rassegnati al buonismo imperante ormai neppure si indignano più di fronte alla dissacrazione dei loro simboli sacri, un altro – come purtroppo si è visto – è la reazione dei fondamentalisti islamici.

Se devo essere sincero però la reazione che più mi ha colpito sulla tragedia è stato l’accorato tweet dello scrittore libanese Dyab Abou Jahjah che, ricordando il poliziotto islamico trucidato a sangue freddo davanti alla redazione del Charlie Hebdo (la cui spietata esecuzione è stata riproposta in tutte le salse dai media internazionali), ha scritto: Io non sono Charlie. Io sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie Hebdo metteva in ridicolo la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto di farlo“.

Charlie Hebdo

Matite verso il cielo

Tutti in piazza con le matite rivolte al cielo, allora. Per difendere la sacrosanta libertà di espressione. Ma anche per riflettere un po’ su come tutti noi stiamo utilizzando quelle matite e quella libertà di espressione. Senza essere buonisti a tutti i costi, neppure di fronte a questa assurda strage, si potrebbe ad esempio provare a capire se i redattori di Charlie Hebdo abbiano sempre utilizzato costruttivamente le loro matite per mettere in discussione dei dogmi. O lo abbiano invece fatto con violenza, solo per offendere e deridere gratuitamente.

La satira è libera quando è pungente, graffiante, quando fa riflettere e non lascia via di scampo perché sottolinea le contraddizioni del potere costituito. Quando difende i deboli contro le vessazioni dei potenti. E’ un po’ meno bella quando è fatta di insulti e provocazioni fini a se stesse. Come l’ultima vignetta quasi profetica del direttore Stephane Charbonnier (Charb), da tempo sotto scorta dopo un attentato subito qualche anno fa dalla redazione del Charlie Hebdo, in cui si continuavano a sfottere i terroristi islamici constatando che comunque avevano tempo fino a gennaio per colpire un’altra volta.

La satira è stimolante quando combatte i luoghi comuni e gli stereotipi, ma rischia di perdere il suo valore sociale quando li cavalca e colpisce nel mucchio con con la stessa intolleranza e lo stesso odio che vorrebbe combattere. E’ utile, quando va controcorrente, non quando si adegua al pensiero dominante.

Forse, oltre ad essere sdegnati per una tragedia immane che ha colpito le famiglie di tutti gli uccisi e oltre a scendere in piazza con le matite puntate verso il cielo preoccupati perché il fondamentalismo sta bussando sempre più vicino alle nostre porte, dovremmo anche farci delle domande. E magari chiederci come anche noi stiamo utilizzando le nostre matite. Le nostre penne. Le tastiere su cui scriviamo come forsennati sui nostri account nei social network. Dovremmo chiederci come usiamo la grande libertà di espressione che ormai la tecnologia ci concede. Ne facciamo buon uso o anche noi la stiamo utilizziando per seminare odio e violenza?

Le parole sono importanti. E a seconda di come sono usate possono far molto male.

Secondo le ricostruzioni della cronaca giornalistica, all’origine della tragedia francese ci sarebbero state le parole violente di un imam che, in una moschea della banlieue parigina, insegnava ad un gruppo di balordi come i due fratelli attentatori come si usa un kalashnicov e come si confeziona una bomba molotov. Ma ci sono state senza dubbio anche le parole violente e provocatorie contro l’Islam e contro Maometto vergate sistematicamente in questi anni sulle vignette del Charlie Hebdo.

E’ un dato empirico: la violenza e l’aggressività portano irrimediabilmente ad altra violenza e ad altra aggressività. Sono le leggi della vita, da qualunque punto di vista la si guardi. Da un punto di vista religioso o da un punto di vista assolutamente laico. E la vita, a volte, sa essere molto più spietata della stessa satira. Nei giorni scorsi la Rai ha ritrasmesso una recente intervista a Georges Wolinsky, uno dei disegnatori trucidati nella redazione del Charlie Hebdo. Bè, in quella intervista Wolinsky diceva di essere felice di lavorare nella laicissima Francia, una nazione dove si può scrivere di tutto, e non in Italia, dove la popolazione è ancora rincoglionita dalla presenza ottenebrante del Vaticano. Parole, si scusi l’irriverenza ma stiamo parlando di satira, che potrebbero esser degne della vignetta per antonomasia della Settimana Enigmistica: Le ultime parole famose.

La terribile vicenda di Charlie Hebdo merita solidarietà, cordoglio, sdegno, dolore e preoccupazione. Merita che le matite di tutta l’Europa e di tutto il mondo si rivolgano verso il cielo per difendere la libertà di espressione perché ognuno deve essere comunque e sempre libero di esprimere il suo pensiero, prendendosene poi tutte le responsabilità legali.

Ma – affinché i morti non siano morti invano – questa tragedia può e deve anche essere un’occasione per riflettere sul nostro modo di utilizzare i mezzi di comunicazione. Senza dar luogo ad ulteriori violenze, intolleranze o vendette, ma anche evitando buonismi ipocriti che non servono a nessuno. Molte delle vignette di Charlie Hebdo (non tutte) non sono né satira né libertà di espressione. Né tanto meno giornalismo. Sono solo degli attacchi violenti e di dubbio gusto al credo altrui che spesso rasentano la bestemmia e la blasfemia. Sono – lo ha scritto in modo efficace un lettore del Corriere della Sera commentando l’editoriale in cui il direttore Ferruccio De Bortoli ci esorta ad essere tutti Charlie Hebdo, atti di “violenza, sopraffazione del prossimo, aggressione unilaterale, arroganza intellettuale e desiderio di imporsi con la forza di cui si dispone (in questo caso una testata di giornale). Questo è, né più né meno, ciò che un uomo civile depreca dei fondamentalismi religiosi (islamici o di altre religioni) e che sta alla base dei conflitti e delle guerre che in tutto il mondo insanguinano con infamia il nostro presente storico”.

Ben vengano dunque le manifestazioni con le matite protese verso il cielo, ma forse è anche il caso di riflettere anche sulla grande responsabilità che, in questi tempi di estrema violenza, ognuno di noi ha nel poterle impugnare.


Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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