Come un cane nella pioggia felice per le strade di quasi Natale. Freddo quel tanto che basta, nessuno da salutare”, cantava Francesco De Gregori. Quando si avvicinano le feste natalizie mi ricordo puntualmente questa canzone (Canta canta). Forse perché l’atmosfera festosa del Natale ti dà gioia quando sei sereno ma è comunque capace di tirarti un po’ su di morale quando le cose vanno male. Nel lavoro, in famiglia, nei rapporti con gli altri. Uscire per le vie illuminate in mezzo alla gente indaffarata a comprare gli ultimi pensierini (sempre meno costosi) ti fa sempre sentire un po’ meno solo. Ti rende più leggero. Bambino. E non è solo una questione di fede, perché lo spirito del Natale riesce sempre ad abbracciare tutti.

nataleMa quest’anno è diverso. A Cagliari la maggior parte delle strade del centro sono tristi e spoglie. Pochissima illuminazione, poca gente in giro. Pochissimi soldi da spendere e negozi sempre più deserti. L’amministrazione comunale, in tempi di vacche magre e di spending review, pare abbia deciso di risparmiare sul Natale. Qualche commerciante per la verità ha addobbato il suo negozio nella speranza di attirare qualche incauto avventore, ma la maggior parte delle strade cagliaritane (tranne forse la classica via Garibaldi) mette una tristezza infinita. Si è deciso di risparmiare quattro soldi dei festoni e delle luminarie di Natale.

Come dire: già che siamo in crisi perché non tagliamo un po’ anche sull’allegria e sulla gioia? Che cosa ce ne facciamo?

Un Natale di crisi

In fondo questo è un altro modo, più sottile e subdolo, di far pesare la crisi economica sempre e solo sulle spalle dei cittadini.

Ormai siamo abituati a una classe dirigente che fa man bassa dei soldi pubblici. Si ruba, si truccano gli appalti in cambio di congrue mazzette, si costruiscono imperi sui voti di scambio, come oggi, dopo tanti anni, la magistratura sta appurando nel Sulcis Iglesiente, la provincia più povera d’Italia. Siamo abituati alla politica dei favori, quella che fa carne di porco delle professionalità più valide e costringe i meritevoli ad emigrare per cercare fortuna. Ci siamo abituati anche perché, non neghiamolo, la maggior parte di noi è complice di questo schifo e lo alimenta andando a pietire favori e raccomandazioni.

Ci stanno dicendo da anni che c’è la crisi economica. Ma chi sente la crisi è sempre e solo la gente comune, quella che paga onestamente le tasse fino all’ultimo centesimo perché la sua coscienza glielo impone. La sente la gente semplice che lavora duro e fa sacrifici per mandare avanti la baracca. Quella che perde il lavoro della vita e poi tira a campare perché non ha certo qualcuno che gliene regali un altro. La sentono i piccoli commercianti, gli onesti artigiani, gli impiegati che con il loro stipendio devono far arrivare la famiglia a fine mese.

La crisi non la sentono certamente i disonesti, quelli abituati a fregare il prossimo e ad andare avanti sgomitando per fare carriera. Non la sentono i ricchi che, chissà perché, nei periodi difficili trovano il modo di diventare sempre più ricchi. Non la sente chi, per i suoi tanti agganci politici, è in grado di cadere sempre in piedi. Chissà se questa gente è in grado di sentire veramente il Natale.

La gente comune, quella che sente la crisi ma sente chiaro e forte anche il Natale è quella che durante le feste si riversa nelle strade per fare gli ultimi piccoli acquisti. Quella che, come un cane nella pioggia felice, cammina in mezzo agli altri nelle strade illuminate di quasi Natale. E mischia in mezzo agli altri le sue gioie e i suoi dolori cercando di condividere silenziosamente con gli altri quell’atmosfera magica.

Ma quest’anno non sarà così. Perché, oltre la speranza nel futuro, questa crisi sembra averci rubato anche un po’ della magia del Natale.

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