Giovanni Paolo II e il coraggio dei giornalisti

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Giornalisti abbiate coraggio”, diceva Giovanni Paolo II nel titolo di un volume del 2011 (vedi la presentazione) che raccoglie tutti i suoi messaggi al mondo della comunicazione. Leggevo questo titolo ieri notte. Sulla copertina il Papa, ancora in forze durante uno dei suoi tanti viaggi in aereo, guardava assorto i giornali internazionali. Strano. Pochi minuti prima, a parziale difesa d’ufficio della categoria, avevo dovuto rispondere a un amico che, commentando un post su Facebook, mi aveva scritto, tranchant, che i giornalisti sono tutti servi del potere: “Non si può generalizzare, ci sono anche tanti professionisti che lavorano seriamente”. Poi quel titolo: Giornalisti abbiate coraggio!
Ma cosa vuol dire oggi per un giornalista avere coraggio? Forse fare i bagagli e partire in una zona di guerra rischiando la vita per raccontare il sangue, il degrado e la disperazione? Oppure restare qui, a denunciare le porcherie e la corruzione del potere, a cercare caparbiamente la verità e smascherare le trame ordite dal potere ai danni dei poveri cittadini? A costo di essere messo sotto scorta.

Sicuramente quest’ultimo può essere un atto di coraggio. Ma è poco probabile che si scagli con forza contro i poteri forti chi ha un contratto fisso e vuol far carriera in un giornale. Troppo rischioso.

Per la verità, è anche difficile che lo faccia chi quel contratto da anni lo sta inseguendo e ogni giorno lavora come uno schiavo per portare in redazione un paio di pezzi pagati pochi euro. Un sacrificio immane che un inopportuno colpo di coda e una parola scritta male potrebbero mandare in fumo. Non si sa mai che alla fine si apra qualche porta.

Bè, allora dove sta il coraggio? Ho trovato. Il coraggio di cui parlava Giovanni Paolo II è quello dei moderni blogger. Quelli che scrivono tutto. Su tutti gli argomenti. Senza padroni. Liberi. Senza peli sulla lingua e sulla penna. Leoni da tastiera, li chiamano. Ma poi scopri che spesso uno deve rispondere a quel partito, uno a quell’altro. Uno a quell’altro ancora. Allora no, scrivere su un blog non è sempre un vero atto di coraggio.

Il coraggio non è ideologia

Bè allora si può provare a girare la frittata e capire dove non sta il coraggio di un giornalista.

Sicuramente non c’è coraggio in quel giornalismo superbo che parla dal pulpito e elargisce le sue verità. In chi approfitta del suo ruolo per sviare l’opinione pubblica, denunciando quello che gli conviene e stendendo pietosi veli su quello che non gli conviene. Non c’è coraggio nel giornalismo che indottrina la gente senza contribuire al dialogo e alla riflessione. Quel giornalismo ideologico è veleno per le coscienze.

Non c’è coraggio neppure nella violenza del giornalismo degli scandali, che umilia e distrugge senza pietà il nemico da abbattere.  Né in quello che pretende sempre e solo di denunciare le ingiustizie altrui, ma non parla delle proprie e continua a sfruttare il lavoro pagando due euro per un servizio o un’inchiesta.

Il coraggio è il contrario del populismo e della convenienza. E’ coerenza. Combatte l’ipocrisia che regna sovrana nel nostro sistema dell’informazione, che oggi va spesso a braccetto con il potere e offre i posti migliori ai personaggi più prepotenti e più ammanigliati. Paradossalmente premia quelli che amano di meno questo lavoro e lo utilizzano strumentalmente solo per ottenere a loro volta potere e successo.

Il problema è che questo sistema profondamente ingiusto sta costringendo tanti colleghi bravi a cambiare mestiere. Ed è veramente un gran peccato. Perché se quelli bravi se ne vanno è sempre una perdita per tutti. Per tutti. Perché il pluralismo dell’informazione, anche se oggi che va di moda l’omologazione del pensiero la gente non se ne rende più neppure conto, è un patrimonio di tutti i cittadini. Una società con più voci è una società più libera dove vivono meglio tutti.

Bè, allora forse il coraggio sarebbe quello di dire: Alt, fermi tutti! Smettere di continuare a farsi sfruttare per pochi euro a prezzo (a quel punto è meglio lavorare gratis, ma liberi e per libera scelta) e rivendicare tutti insieme i propri diritti. Una cosa impossibile, peraltro, perché ci sarà sempre qualche furbo che approfitterà della situazione per scalare la speciale classifica dei collaboratori sfruttati.

Un gesto di coraggio sarebbe poi quello di rifiutarsi di passare le marchette richieste dall’editore. Anche se, che disdetta!, dovrai rinunciare a quel posto da vicecaposervizio (tanto, anche se ti sbatti, caposervizio non ti faranno mai diventare perché prima di te c’è quell’altro più ammanigliato!).

Il coraggio non è gratis. Ha il prezzo salato del sacrificio. Ha il volto di quel giornalismo scomodo che, anche se lo guardi e lo riguardi da tutte le posizioni e gli vuoi appioppare un’etichetta, non è di destra, non è di sinistra e non è neppure di centro. Resiste alla comoda tentazione di schierarsi da una parte e cerca semplicemente di raccontare la verità. Da qualunque parte si trovi. Dice e scrive le cose anche se non convengono, anche se vanno controcorrente e magari non c’è neppure chi le ascolta o le legge. Esiste. E per fortuna esisterà sempre.

Ci sono tanti giornalisti coraggiosi che non faranno mai carriera. Non dirigeranno mai grandi giornali e non scriveranno mai editoriali in prima pagina. Non avranno mai un contratto a tempo indeterminato e le medicine rimborsate. Ma continuano a lavorare e hanno dentro il cuore un sogno: quello di contribuire, con il loro anonimo lavoro quotidiano, alla costruzione di una società migliore e più libera.

Giovanni Paolo II tanti anni fa diceva ai giornalisti: «Non abbiate paura delle nuove tecnologie, non abbiate paura dell’opposizione del mondo, non abbiate paura della vostra debolezza e inadeguatezza: siate al servizio della crescita delle persone e del progresso integrale della società».

Forse il vero coraggio – per un giornalista – è proprio quello. Mettere da parte le ambizioni personali e la voglia di emergere e ripartire daccapo, con umiltà e senza padroni, da quello spirito di servizio. Credendo ancora nella bellezza e nell’utilità di questa professione. Perché credere è sempre un atto di coraggio.

Poche professioni richiedono tanta energia, dedizione, integrità e responsabilità come questa, ma nello stesso tempo sono poche le professioni che abbiano un’uguale incidenza sui destini dell’umanità”.

Giovanni Paolo II – Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – 1° maggio 1980

 

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