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Magdi Cristiano Allam e la libertà di pensare

Non condivido le tue idee ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle. La celebre frase di Voltaire, che dovrebbe essere la stella polare di una democrazia moderna e di un giornalismo che tutelano la libertà di opinione come la massima ricchezza, sembra essere stata temporaneamente messa da parte nella vicenda che vede il giornalista di origine egiziana Magdi Cristiano Allam sotto processo davanti al Consiglio di disciplina dell’Ordine nazionale dei Giornalisti. In una serie di articoli pubblicati tra aprile e dicembre 2011 dal quotidiano Il Giornale, Allam, che con Il Giornale collabora dopo essere stato editorialista di Repubblica e vice direttore del Corriere della Sera, ha espresso la sua posizione (peraltro notissima) sul mondo islamico, da cui proviene prima della sua conversione al Cristianesimo avvenuta nel 2008 (anche se l’anno scorso ha abbandonato la Chiesa Cattolica accusandola proprio di essere troppo debole con l’Islam). Una posizione intransigente che gli ha procurato l’accusa di “islamofobia”.

Prima considerazione: paradossalmente (ma non troppo) la nostra società occidentale oggi apprezza molto, come un segno di grande libertà e apertura mentale, chi abbandona il credo cristiano facendo tabula rasa della sua storia personale per abbracciare altre religioni come quella buddista e musulmana, ma considera una specie di mentecatto chi abbandona un’altra religione per diventare cristiano. Bizzarro!

Dunque Allam – stando alla ricostruzione fatta da Il Giornale – ha espresso negli articoli incriminati grosso modo questi concetti:

  • «l’Islam ci assedia: abbiamo il dovere di difendere la nostra cultura. Subiamo ogni giorno gli abusi dei predicatori d’odio che si annidano in quasi tutte le 900 moschee italiane» (26 aprile 2011);
  • «Milano si inchina alle moschee ma vieta le chiese» (27 giugno 2011);
  • «Ha ragione il cardinale bolognese Giacomo Biffi quando mi dice che il nostro vero nemico non sono gli islamici bombaroli, ma i cosiddetti islamici moderati che ci impongono moschee e scuole coraniche» (3 maggio 2011).

Contro le posizioni di Magdi Allam ha fatto istanza all’Ordine dei giornalisti l’associazione Media&diritto, il cui ricorso è stato accolto lo scorso 1° agosto – in seconda istanza dopo l’archiviazione dell’Odg Lazio – dal Consiglio di disciplina, in quanto – sempre citando la ricostruzione del Giornale – negli articoli incriminati «non compaiono valutazioni critiche per fatti di cronaca circostanziati, ma affermazioni di carattere generale sulla religione islamica e coloro che la osservano, con una generalizzazione che colpisce anche quanti, moderati, tra i circa due milioni presenti in Italia, rispettano le leggi del Paese che li ospita».

Altra considerazione: dalle ragioni per cui il ricorso contro Allam è stato considerato “non manifestamente infondato” parebbe di capire che secondo l’Odg non è possibile esprimere “affermazioni di carattere generale” e non si possono fare “generalizzazioni” scollegate da “valutazioni critiche per fatti di cronaca circostanziati”.

In altre parole non si possono esprimere opinioni generali, in questo caso sulla religione islamica ma si presume anche sui più disparati argomenti. Bizzarro anche questo!

Le accuse a Magdi Allam

Per Allam, che per le due durissime prese di posizione è stato minacciato di morte dagli estremisti islamici e da tempo è sotto scorta, è scattata l’accusa di aver scritto articoli caratterizzati da “islamofobia”, in contrasto con quanto stabilito dall’articolo 19 della Costituzione italiana (“Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”) e dalla Carta dei doveri del giornalista»; «di avere violato l’obbligo di esercitare la professione con dignità e decoro»; «di non aver rispettato la propria reputazione e di aver compromesso la dignità dell’Ordine professionale; «di non avere, in tal modo, rafforzato il rapporto di fiducia tra la stampa e i lettori».

Domani scade il termine di 30 giorni che Allam ha avuto per presentare documenti e memorie per difendersi dalle accuse davanti al Consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti, anche se a quanto pare gli è stata concessa dall’Odg una proroga dei termini.

La posizione dell’Ordine dei Giornalisti

Alla notizia del procedimento disciplinare contro il giornalista egiziano sono ovviamente seguite tantissime polemiche contro l’Ordine dei Giornalisti, accusato (in primo luogo dallo stesso Giornale diretto da Alessandro Sallusti) di mettere il bavaglio alla libertà di opinione dei giornalisti e di non tutelare dai tanti attacchi la religione cristiana allo stesso modo di quella islamica (vedi questo articolo de La Nuova Bussola Quotidiana).

Il presidente dell’Odg Enzo Iacopino ha risposto ufficialmente a queste accuse con una lettera indirizzata al Giornale precisando che “Allam non è stato processato. Ci si è limitati a ritenere “non manifestamente infondato” un esposto presentato da una associazione, “Media e diritto”, che si duole per alcune affermazioni contenute in suoi articoli”.

Il presidente dell’Odg ha poi esortato Allam a cogliere “la notizia del procedimento non tanto (né solo) come l’opportunità di rivendicare la possibilità di dire quel che penso, ma anche per argomentarne più approfonditamente le ragioni”.

Nel suo profilo facebook il presidente Iacopino, che in questi mesi si è battuto meritoriamente per il diritto all’equo compenso dei collaboratori precari e dunque è molto sensibile alle tutele per gli ultimi della classe, afferma però che forse non vale più la pena di andare avanti sul caso Allam.

Ecco, per la cronaca, l’intero post:

IL “CASO ALLAM”. SÌ, NON NE VALE LA PENA.

Forse. Periodicamente denunciamo l’epidemia delle cause per diffamazione, le querele temerarie, le citazioni in sede civile come il primo pericolo per la libertà di stampa. Organizziamo convegni, registriamo le doglianze dei direttori di grandi giornali, dal Corriere della sera al Giornale (per citarne solo due), ascoltiamo le loro doglianze sulle obiettive difficoltà di controllare tutto e sulla strumentalità di molte iniziative legali. Di solito, e non provocatoriamente, io obietto che mi preoccupo molto più per l’agibilità professionale e della vita dei colleghi meno tutelati, per primi di quelli che vengono pagati pochi euro ad articolo.
Capita poi che un organismo autonomo dell’Ordine, il Consiglio nazionale di disciplina (previsto dalla legge per il nostro e tutti gli Ordini professionali), dichiari “non manifestamente infondate” le doglianze di una associazione “Media&diritto” per quanto scritto da Magdi Cristiano Allam, giornalista ma anche politico sia pure con un consenso dello zero-qualcosa-per-cento e si scatena il putiferio.
Ripeto, non si tratta di una condanna, ma di una richiesta di spiegazioni al diretto interessato.
Brillano i comici, che ipotizzano un attentato alla libertà di manifestare il pensiero. Qualcuno di loro, con memoria debole, si spinge a sostenere che se un giornalista sbaglia il danneggiato deve rivolgersi a un Tribunale della Repubblica e non all’Ordine.
Ora, capisco che la coerenza non fa rumore e non garantisce visibilità. Ma un pizzico di serietà non guasterebbe.
Ma, per tornare al titolo, forse davvero non vale la pena di occuparsi di queste star, lasciandole, appunto, ai Tribunali della Repubblica. Ma sapete qual è il rischio? Che loro hanno mezzi economici e solidarietà di ogni tipo per difendersi al meglio.
Ad essere triturati resterebbero i più, quelli dei quali le star non conoscono neanche l’esistenza: VOI.

Ultima considerazione: fa bene il presidente Iacopino a mettere sempre al centro delle sue riflessioni gli ultimi del giornalismo, quei collaboratori precari e quelle partite IVA senza tutela economica e legale che sicuramente hanno minori possibilità di difendersi davanti ad un Tribunale rispetto a quelli che lui considera “intoccabili”, come a quanto pare di capire Magdi Cristiano Allam.

Fa però un po’ meno bene, a mio avviso, a liquidare come “comico” chi ipotizza che questa vicenda possa rappresentare un “attentato alla libertà di manifestare il pensiero”. E anche a liquidare l’attività politica di Allam (il partito, sicuramente minoritario, si chiama “Io amo l’Italia”) parlando di un “consenso dello zero-qualcosa-per-cento”.

Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti sa sicuramente meglio di tutti noi che i giornalisti – come peraltro lui stesso molto spesso fa egregiamente – oltrechè poter esprimere liberamente le proprie opinioni politiche, culturali e religiose (ovviamente entro i limiti concessi dal Codice Penale), hanno anche il dovere di dare voce a qualsiasi posizione, soprattutto quelle minoritarie e più deboli, senza valutarne l’importanza a seconda dei numeri e della percentuale di voti racimolati alle urne.

La frase di Voltaire deve essere sempre la nostra bussola, sia quando condividiamo le opinioni altrui, sia quando non le condividiamo. In caso contrario rischiamo una deriva molto pericolosa, quella del pensiero unico e omologato che porta ai totalitarismi e alle dittature.

Ma noi siamo sicuri che l’Ordine vorrà continuare a garantire ai giornalisti italiani la libertà di stampa, il diritto di critica e il diritto ad esprimere un’opinione libera su tutto, anche sulle religioni. Per questo speriamo che la vicenda di Magdi Allam venga chiusa e archiviata definitivamente come una brutta pagina del giornalismo italiano.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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