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La penna libera di Guareschi

Nell’epoca dell’editto bulgaro di Silvio Berlusconi e delle indagini sul web richieste dalla presidente della Camera Laura Boldrini sarei curioso di sapere, se per caso esistesse una penna similmente arguta e libera in Italia, quale sarebbe la sorte di un giornalista fuori dagli schemi come Giovannino Guareschi. Noto alle grandi masse per essere l’autore della serie di racconti su Don Camillo e Peppone, la saga dell’italico conflitto tra il parroco che parla con Gesù sull’altare e il sanguigno sindaco comunista, Guareschi – nonostante il mondo della cultura e degli intellettuali abbia snobbato la sua figura – è stato uno degli scrittori italiani più venduti e più tradotti al mondo. Ma è stato soprattutto un giornalista e un disegnatore che con la sua penna ha messo in difficoltà il potere costituito, di qualunque colore esso fosse.

Cattolico e monarchico sfegatato, Giovannino Guareschi (questo è il link del sito ufficiale a lui dedicato dai figli Alberto e Carlotta ) è stato considerato un fascista pur essendo stato imprigionato per due anni in un campo di concentramento nazista. E’ stato odiato profondamente dai comunisti di cui ha denunciato le incongruenze.

E’ stato infine demolito anche dalla Democrazia cristiana, il partito che, da cattolico convinto, forse lo rappresentava maggiormente, ma del quale alla fine ha contestato duramente la linea politica.

Fu denunciato per vilipendio al Capo dello Stato a causa di una vignetta (peraltro non disegnata da lui) apparsa sulla rivista di cui era direttore responsabile, “Il Candido”, nella quale si prendeva di mira il fatto che il presidente della Repubblica Luigi Einaudi avesse permesso che sulle etichette di un vino di sua produzione fosse evidenziata la carica pubblica di senatore.

Qualche anno dopo Alcide De Gasperi, ex presidente del Consiglio, lo querelò per la pubblicazione di due lettere, a lui attribuite dalla rivista, nelle quali il futuro presidente del Consiglio nel ’44 avrebbe chiesto agli alleati anglo-americani di bombardare le zone periferiche di Roma per cercare di dissuadere i collaborazionisti dei tedeschi. Durante il processo, Guareschi non fu messo nelle condizioni di difendersi: condannato in primo grado ad un anno di reclusione, non fece neppure appello. Prese la via del carcere ritenendosi vittima di una ingiustizia. Quella stessa ingiustizia che anni prima lo aveva visto finire nei lager tedeschi perché si era rifiutato di collaborare con il fascismo.

Morale: Guareschi è stato il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente la detenzione in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa.
guareschi

 

Guareschi e il potere

Sicuramente non piaceva al potere, la satira di Guareschi. Non era uno di quei pennivendoli prezzolati che pur di fare carriera in un giornale o in una pubblica amministrazione sono disposti a fare mille compromessi. L’unica sua bandiera era quella della libertà. E’ stato uno sfegatato monarchico, si diceva, e ha difeso la bandiera sabauda fino alla fine. Certamente Guareschi ha dimostrato di essere profondamente contrario all’ideologia comunista. Da cattolico amante della libertà aveva definito i comunisti “trinariciuti”, con un termine poi ripreso anche dal grande Indro Montanelli. Praticamente la terza narice, ritratta in una famosa vignetta che procurò a Guareschi gli strali pubblici del leader comunista Palmiro Togliatti, doveva secondo lui servire per far defluire la materia grigia e fare posto alle direttive del Partito comunista (direttive che dovevano essere assimilate così come erano, persino quando nei comunicati stampa erano presenti vistosi errori di stampa).

Gli esponenti comunisti, permalosi esattamente come lo erano stati prima i fascisti , non gradirono affatto la satira pungente di Guareschi.

Ma a quanto pare anche i cattolici centristi della Dc, da lui sostenuti nelle elezioni politiche del ’48 in cui si schierò apertamente contro l’alleanza PCI-PSI, non furono da meno e alla fine lo avversarono duramente. Tanto che, nel periodo delle beghe giudiziarie con il leader Dc De Gasperi, la rivista dei giovani dell’Azione Cattolica, Azione Giovanile, titolò a tutta pagina: Guareschi ovvero lo scarafaggio.

In realtà, la penna di Guareschi e il suo gusto per la satira e la libertà non sono mai stati graditi dalle nomenklature e dal potere costituito. L’unico che gli espresse la sua stima incondizionata fu il Papa. Giovanni XXIII chiese addirittura a Guareschi di collaborare alla stesura del nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica: invito che il giornalista, caricaturista, umorista e scrittore poliedrico declinò perché non si riteneva assolutamente degno di quel compito.

Guareschi è stato un uomo libero, ha pagato la sua libertà con il carcere e l’isolamento, ma non ha mai fatto compromessi con il potere. E per questo è anche morto solo. Nel luglio del 1968m nonostante l’enorme popolarità, le istituzioni italiane disertarono il suo funerale, che peraltro si svolse sotto la bandiera dei Savoia. Tra i pochi che parteciparono alle esequie di Guareschi furono il collega Enzo Biagi e l’imprenditore Enzo Ferrari.

Molto incisiva la definizione di Guareschi data dal giornalista e scrittore Marcello Veneziani nella prefazione al libro “Non solo Don Camillo” di Marco Ferrazzoli:

“Per comporre la biografia civile di Guareschi bisogna riconoscere i suoi tre paradossi: dopo due anni nei campi di concentramento nazisti, passò per un fascista; dopo aver vinto la battaglia nel ’48, appoggiando la Dc di De Gasperi, finì in galera per la querela del medesimo De Gasperi; dopo aver umanizzato i comunisti, fondò il settimanale più efficace nella lotta al comunismo e là scrisse il primo libro nero del comunismo”.

Ecco, alla luce di questi brevi cenni biografici, sarei curioso di sapere cosa sarebbe oggi di una penna come quella di Giovanni Guareschi. Nell’Italia omologata delle marchette giornalistiche ai partiti e alle lobby più potenti, dei posti di lavoro lottizzati e della censura del dissenso ci sarebbe spazio per un personaggio come Guareschi?

Nell’Italia che si unisce e si abbraccia per le partite di calcio ma che su Facebook, come accadeva nei bar ai tempi di Peppone e don Camillo, vive di stereotipi e di etichette, un personaggio controcorrente come Guareschi sarebbe sicuramente strumentalizzato per la sua grande popolarità oppure sarebbe denigrato impietosamente.

Gli insulti reciproci tra le due fazioni di destra e sinistra che si possono leggere nei commenti della versione online de “Il Candido”, la rivista che fu da lui diretta per tanti anni e che ora qualche estimatore di Giovannino Guareschi vorrebbe far rivivere, dimostrano che dopo oltre cinquant’anni dalla sua scomparsa in Italia non è cambiato nulla. Per essere liberi e fuori dagli schemi bisogna essere pronti ad accettare l’incomprensione e l’isolamento.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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