Israeli_Air_Force

Qualche giorno fa i media hanno parlato con grande enfasi dell’esercitazione militare Vega 2014 che partirà il prossimo settembre e, nella prima decade di dicembre, vedrà impegnati in Sardegna, nel poligono di Capo Frasca (Oristano), i cacciabombardieri della Israelian Air Force che da quasi un mese stanno seminando morti e distruzione nella striscia di Gaza. La notizia – inserita nel Programma delle esercitazioni a fuoco 2° semestre 2014 Reparto Sperimentale Standardizzazione al Tiro Aereo Air Weapon – è stata sostanzialmente confermata dal ministero della Difesa che, in un comunicato congiunto con l’Aeronautica militare, nei giorni scorsi ha ricordato che Israele partecipa ormai ogni anno alle esercitazioni nei poligoni sardi, ma ha precisato che in questa occasione non saranno esplosi bombe e missili: soltanto esplosioni simulate.

Difficile stabilire dove sta la verità. Da notizie che circolano in ambienti militari, dopo anni di esercitazioni disastrose nei poligoni sardi (Quirra ne è l’esempio più drammatico), viene di massima confermato che l’esercito tenderebbe ormai a fare soltanto esercitazioni simulate. Ma non è escluso che nei poligoni sardi a partire da settembre saranno sparati bombe, missili e proiettili veri.

Quel che è acclarato è che da anni (probabilmente dal 2003) i reparti militari di Israele si esercitano in Sardegna. E che la loro presenza ha spesso comprensibilmente provocato degli incidenti diplomatici tra le nazioni Onu. Nel 2009 la presenza di Israele aveva spinto la Turchia a cancellare un’esercitazione che fu poi prontamente ospitata nei poligoni sardi (a testimonianza dell’appoggio del governo italiano alle scelte militari israeliane). Nel 2006 la partecipazione di Israele aveva invece indotto la Svezia a rinunciare alla “Spring Flag”, esercitazione (sempre organizzata in Sardegna) della European Air Group, forza multinazionale di «peacekeeping» nata nel 1995 per iniziativa di Francia e Gran Bretagna.

Israele esercitazioni sardegna
Aerei militari

L’Italia e la Sardegna non si sono dunque mai tirate indietro nel dare supporto logistico all’esercito di Israele. E l’ultima reazione del ministero della Difesa alle recenti notizie di stampa sulla prossima presenza degli aerei con la stella di David in terra sarda la dice lunga sull’imbarazzo del Governo, che da un lato deve fare i conti con l’indignazione dovuta alle stragi compiute a Gaza (ora stigmatizzate persino dall’Onu) ma dall’altro deve onorare l’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele, stipulato nel 2003 e ratificato nel 2005 dal Parlamento (Governo Berlusconi) e rinnovato nel 2012 da quello Monti. Imbarazzo dovuto anche dalla difficoltà a fare la quadra con l’articolo 11 della Costituzione italiana che recita solennemente che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

L’aiuto militare ad Israele

I numeri ci dicono viceversa che l’Italia è il maggiore fornitore di armi verso Israele con un volume di vendite di oltre il doppio rispetto alla Francia e alla Germania. Anzi, lo rivela un’inchiesta del Fatto Quotidiano, l’Italia da sola eguaglia nella fornitura di armi ad Israele Francia, Germania e Regno Unito.

Nel 2012 le grandi fabbriche della guerra, stando ai dati dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa, hanno ricevuto dal Governo autorizzazioni per l’esportazione di apparecchiature militari per un importo di 470 milioni di euro: si va dai cannoni prodotti dalla Oto Melara (Finmeccania) montati sulle navi israeliane che hanno bombardato la striscia di Gaza dal mare, ai sensori radar prodotti dalla Selex Galileo (sempre Finmeccanica), fondamentali per il funzionamento dei droni adibiti al lancio dei missili israeliani. Le imprese italiane interessate, stando alle notizie di stampa, sarebbero Simmel Difesa, Beretta, Northrop Grumman Italia, Galileo Avionica, Oto Melara ed Elettronica spa.

Stando sempre al Fatto Quotidiano, inoltre l’Italia non solo esporta, ma importa anche armi da Israele: con una fornitura di circa 50,7 milioni di euro negli ultimi due anni, Israele sarebbe il quarto fornitore di armamentari bellici per il ministero della Difesa italiano.

E’ chiaro quindi che quello delle armi è un business dal quale l’Italia, anche volendo, difficilmente riuscirebbe a tirarsi indietro. Basti pensare agli aerei F-35, oggetto di una fortissima protesta in Parlamento per via della eccessiva spesa militare che potrebbe essere più efficacemente indirizzata in progetti per lo sviluppo economico del Paese: il presidente americano Barack Obama, lo scorso marzo, ha detto chiaro e tondo al premier Matteo Renzi che l’Italia e l’Europa sono obbligate ad investire nella difesa. Pena la marginalizzazione dall’alleanza atlantica.

Sarebbe inoltre abbastanza ingenuo pensare che il business delle armi non sia un elemento decisivo per definire gli equilibri internazionali e le strategie belliche. Le armi, oltre ad essere un affare miliardario, hanno una scadenza precisa: una volta scadute, devono essere smaltite con costi enormi mentre il modo più economico di smaltirle è quello di usarle durante le esercitazioni oppure spararle in guerra.

E la Sardegna? Come si comporta?

Il Governo italiano, in questi ultimi mesi ha detto chiaramente di non poter rinunciare alla posizione centrale della nostra regione nello scacchiere Mediterraneo e, nonostante l’enorme porzione di territorio già gravata da vincoli militari, vuole addirittura raddoppiare il Poligono militare di Teulada.

E allora? Si accetta tutto?

La settimana scorsa due mozioni in Consiglio regionale hanno sottoposto il problema al governatore Francesco Pigliaru. In una, primo firmatario Luca Pizzuto (Sel), si chiede al presidente della Regione, che nelle scorse settimane – non firmando il protocollo d’intesa Stato-Regione sulle servitù militari – ha cercato di ribellarsi alle mire militaresche del ministero della Difesa, di “portare avanti ogni azione utile alla costruzione della pace in Medio Oriente e nel mondo e scrivere al Presidente israeliano e all’ambasciatore israeliano in Italia con l’intento di chiedere la tregua e il cessate il fuoco”.

Nell’altra, primo firmatario Paolo Zedda (Rossomori), si chiede quanto meno al presidente Pigliaru di “distinguere nettamente la propria posizione da quella ufficiale del Governo italiano, apparsa sin qui contraddistinta da passività e inerzia, condannando apertamente l’offensiva militare israeliana in atto contro la popolazione della Striscia di Gaza e portare avanti ogni azione utile alla costruzione della pace in Medio Oriente”. E soprattutto gli chiede di impegnarsi per “impedire le esercitazioni militari di qualsiasi genere svolte nel territorio sardo da stati impegnati in conflitti armati”.

Al di là delle sigle indipendentiste, autonomiste e sovraniste, un’iniziativa di questo genere potrebbe essere una degna coniugazione del principio di autonomia, indipendenza e sovranità di un popolo pacifico come quello sardo. Che, contrariamente all’Italia, potrebbe dimostrare concretamente di ripudiare davvero la guerra e i massacri. Da qualunque parte essi arrivino.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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