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La balla dei giovani disoccupati quindicenni

La disoccupazione giovanile è arrivata al 43,7%, ci dice l’Istat. Mai, dal 1977 ad oggi, i nostri quindici-ventenni sono stati così penalizzati nella ricerca di un lavoro. La situazione è drammatica, soprattutto in Sardegna dove i giovani disoccupati quindicenni da qualche anno stanno crescendo a dismisura. Per loro neanche un lavoretto stagionale, visto che il turismo sta andando a rotoli. D’altronde i giovani disoccupati quindicenni sardi sono anche oggetto delle statistiche sulla dispersione scolastica: la nostra regione, ce lo dicono ormai da almeno trent’anni, è maglia nera in Italia: i ragazzi, chissà perché, ad un certo punto smettono di andare a scuola. Non che a scuola le cose vadano poi meglio, visto che l’Ocse ci dice che gli studenti sardi sono i meno preparati in matematica, scienza e lettura. Poveri ragazzi: chissà che idea si sono fatti dei grandi. Gli economisti si preoccupano perché sono disoccupati ma nessuno pensa di assicurargli un’istruzione e una formazione professionale che gli dia un futuro e un serio progetto di vita. Nello stesso tempo i giovani disoccupati vedono sempre più spesso i loro genitori a spasso o in cassa integrazione.

I politici, gli economisti e i giornalisti – che invece di studiare delle strategie per assicurargli una preparazione solida, lanciano sistematicamente l’allarme per la mancanza di lavoro per i giovani disoccupati di 15-24 anni – sembrano viceversa essersi dimenticati della questione più rognosa: i genitori, cinquantenni o giù di lì, che quei ragazzi devono mantenerli. Nutrirli. Visto che i giovani disoccupati quindicenni, anche se non lavorano, fino a prova contraria devono mangiare.

Le famiglie dei giovani disoccupati

Manifestazione Sardegna giovani disoccupatiIn questi anni molti genitori dei giovani disoccupati, che magari hanno perso il lavoro dopo che la loro fabbrica energivora ha tirato le cuoia oppure la loro azienda è fallita e li ha messi sulla strada, sono andati avanti con gli ammortizzatori sociali che hanno in parte attutito il loro default familiare.

Ma adesso a quanto pare quei soldi non ci sono più. Il Ministero del Lavoro ha annunciato agli assessori al Lavoro di tutte le regioni italiane che da ottobre il Governo non potrà assicurare le risorse per finanziare i sussidi dei lavoratori in cassa integrazione o in mobilità in deroga (in Sardegna ce ne sono 23mila).

Adesso  dunque la nostra politica ha paura di un autunno caldo. Finché c’erano soldi da distribuire si era adagiata nell’assistenzialismo. D’altronde in Italia e in Sardegna finora si è campato molto con i fondi pubblici distribuiti a pioggia.

Invece di programmare sviluppo e dare un futuro lavorativo a chi doveva entrare nel mercato del lavoro e riqualificare professionalmente le persone che ne erano state espulse, i nostri governanti hanno pensato all’immediato, alle tutele degli ammortizzatori sociali.

Giusto, per carità. Prima di tutto bisogna avere un piatto di pastasciutta in tavola, poi discutiamo.

Per anni la politica isolana ci ha detto di essere impegnata nella risoluzione delle emergenze e di non poter fare programmi di lungo periodo. Ma chi ha seguito la politica regionale sa che il motivo di questa lunga paralisi non sta solo nella lunga crisi economica. In tutti questi anni sono mancate le idee e soprattutto, al di là di qualche sporadica eccezione, sono mancate persone con un minimo di statura politica, capaci di fare gli interessi della nostra regione anche contro quelli dei propri partiti (a volte per la verità sono proprio mancate persone capaci di esprimere un pensiero compiuto in italiano). E sono mancati anche progetti politici seri che tutelassero veramente l’autonomia della Sardegna, non solo a parole.

Non scopriamo adesso l’incapacità della politica sarda di mettere a frutto le immense risorse che in questi anni ha avuto a disposizione per creare lavoro dal turismo, dalla cultura, dall’ambiente, dall’enorme patrimonio enogastronomico e artigianale.

Le inchieste e gli arresti di cui leggiamo ormai quasi ogni giorno sui giornali ci dimostrano come è stata utilizzata gran parte di quei fondi. Altri sono stati semplicemente dispersi per la incapacità di tanti maneggioni di guardare oltre il proprio naso e il proprio steccato ideologico.

La speranza è sempre che questo andazzo finisca. Per un cambio di marcia culturale e non soltanto per l’azione (seppure in questo momento decisiva) della magistratura.

Fuori dai palazzi istituzionali e dagli stantii sottani delle becere ideologie, c’è un grande patrimonio di idee. In tanti vorrebbero contribuire a svecchiare il modo di fare turismo in Sardegna, mettere in rete la cultura, dare nuovo smalto al lavoro agricolo, investire sull’ambiente.

Tante persone che hanno a cuore la Sardegna faticano però ad emergere, schiacciate da un sistema vecchio che premia solo i soliti noti.

La Sardegna potrà rinascere solo se sarà debellata questa gramigna che usa la cosa pubblica come fosse cosa propria spartendosi finanziamenti e occasioni di lavoro. In caso contrario continueremo a farci prendere in giro e a credere che il problema della nostra regione è veramente la disoccupazione giovanile dei quindicenni.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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