Flessibilità in entrata, in uscita, flessibilità nelle mansioni. Flessibilità nei licenziamenti. Da anni ci stanno propinando la grande truffa della flessibilità come unico modo per risolvere la crisi dell’occupazione italiana. Prima il professor Monti e la sua amica professoressa Fornero ci hanno spiegato che il lavoro fisso è una noia mortale e che i giovani non devono essere choosy, cioè devono accettare il lavoro che viene senza essere schizzinosi e avere la puzza sotto il naso. Ora Matteo Renzi, nel suo fantomatico e americaneggiante Jobs Act (leggi questo articolo ), ci parla della flessibilità “buona”, della precarietà controllata. Che in pratica si traduce nella semplice possibilità, per il datore di lavoro, di tenere sotto scacco i lavoratori spezzettando nel tempo i contratti a tempo determinato e rinnovandoli fino ad otto volte in tre anni. Tutto in nome della lotta alla disoccupazione che in Italia in un anno ha fatto fuori altri 400mila posti di lavoro.

FlessibilitàDa anni ci raccontano la grande balla del lavoratore flessibile che non deve stare a lungo in uno stesso posto di lavoro, ma dev’essere interscambiabile in modo da acquisire il maggior numero di competenze e di esperienze. Per anni hanno sostenuto che il grande problema del mercato del lavoro italiano non è la incapacità, pubblica e privata, di creare economia, sviluppo e posti di lavoro con l’enorme mole di risorse pubbliche a disposizione, ma l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che limita ai datori la possibilità di licenziare il dipendente dopo averlo inopinatamente assunto: in pratica ci dicono che è necessaria anche una maggiore flessibilità del lavoratore nell’accettare il licenziamento.

La verità è che, per un datore di lavoro (e in generale per un amministratore) avere a che fare con gente brava e preparata è sempre una gran rottura di balle.

Basta avere un minimo di esperienza lavorativa per capirlo. Appena un lavoratore inizia ad entrare nei gangli del sistema e conoscerne i meccanismi inizia a fare una terribile paura. Inizia ad essere difficile da sostituire, scomodo. Meglio neutralizzarlo e spostarlo subito, in nome della flessibilità.

Per un datore di lavoro è meglio avere lavoratori che sanno un po’ di tutto e dunque non sanno nulla. E soprattutto è meglio avere lavoratori sostituibili: tutti utili, ma nessuno veramente necessario.

La poca flessibilità dei dirigenti

Gli unici a non essere interessati dalla flessibilità sono i politici di lungo corso e i grandi manager e dirigenti d’azienda che gestiscono da anni la politica e l’economia nazionale e regionale. Magari sì, saltano da una poltrona all’altra ma sono sempre lì, incardinati alle loro sedie. Per i comuni lavoratori predicano la regola della flessibilità ma il loro poso è molto fisso.

I mezzi di comunicazione di massa, d’altronde, stanno disegnando una società sempre più flessibile e superficiale che rifiuta come veleno qualsiasi approfondimento. Ormai il modello televisivo prevalente è quello dei tuttologi, degli opinionisti con un’infarinatura di tutto, buoni per il talk show.

Ma questa è una flessibilità contro natura. La vita è già abbastanza precaria di suo e la flessibilità spinta all’eccesso non fa che privare la gente del diritto ad un progetto di vita stabile che non sia spazzato dai capricci del datore di lavoro di turno. Non fa che privare la mente del diritto di restringere il campo e di specializzarsi in un determinato settore del lavoro e della conoscenza. Anche perché è inumano, oltreché molto presuntuoso, pensare di poter essere onniscienti.

Per questo sarebbe opportuno evitare le prese in giro.

La flessibilità, decantata dai moderni economisti come la ricetta vincente contro la disoccupazione, è una enorme balla. Come quella del posto fisso noioso e dei ragazzi schizzinosi che devono accettare un lavoro senza prospettive invece di investire la loro vita lavorativa in un progetto serio.

La flessibilità è un concetto buono per gli hobby e per il tempo libero, non per il lavoro. Si può essere flessibili nello scegliere se andare a mangiare una pizza o un panino, o se utilizzare un giorno di ferie per andare in spiaggia o in campagna.

Quando una persona ha una famiglia e un lavoro precario l’unica forma di flessibilità che si può permettere è eventualmente quella tra trascorrere qualche giorno in tenda oppure in bungalow. Anzi forse neppure quella, perché spesso deve restarsene a casa.

Allora i grandi economisti ci scuseranno se non crediamo alle loro panzane. E se alla flessibilità, se possibile, preferiamo un minimo di stabilità.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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