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Epolis: lettera aperta all’ex editore Alberto Rigotti

Ex editore di Epolis Rigotti,

devo dire di non essere stato colto di sorpresa dalla notizia del suo arresto insieme alla dottoressa Sara Cipollini. In qualche modo, come penso i miei ex colleghi, attendevo che la giustizia facesse il suo corso e che la Guardia di Finanza  facesse luce sulla intricata vicenda di Epolis.

Attendevo pazientemente. Senza spirito di vendetta. Perché quando si deve far sopravvivere la famiglia, la rabbia si dissolve subito e si trasforma in impegno quotidiano.  In  ricerca spasmodica di un altro lavoro. Non c’è tempo per le vendette. Quando c’è un fallimento, di qualunque natura sia, bisogna rimboccarsi le maniche e riorganizzare la propria vita e quella della propria famiglia. Ognuno come riesce.

Mi perdonerà, dunque, se le dico che dopo qualche settimana da quella fine 2010 lei e i suoi soci, nonostante gli stipendi non pagati, i contributi non versati e il Tfr non accantonato, siete diventati solo dei fantasmi, un’ombra sempre più insignificante nella mia vita.

Si, ogni tanto vi ho pensato. Quando c’era da firmare qualche modulo per recuperare due soldi dal fondo di garanzia o, ultimamente, quando c’era da pagare la parcella dell’avvocato. Ma nulla di più.

Fino ad oggi, quando la notizia del vostro arresto mi ha improvvisamente ricordato che dal settembre 2004 al luglio 2010 ho lavorato in un giornale che si chiamava Epolis, che faceva onestamente informazione e faceva campare dignitosamente qualche centinaio di famiglie.

Epolis

In quel giornale, al quale ero approdato dopo una gavetta interminabile all’Unione Sarda, sfruttato come tanti a qualche euro a pezzo, io ci credevo. E ci sono pure molto affezionato perché mi ha consentito di diventare giornalista professionista alla veneranda età di quarant’anni.

Allora oggi provo ad immaginarla pensoso, dentro quella cella inadeguata al tenore di vita al quale è sicuramente abituato.

E penso che non vorrei essere nei suoi panni per nulla al mondo. E’ mille volte meglio subire un’ingiustizia piuttosto che infliggerla agli altri. La notte, penso che lei lo sappia, si dorme molto meglio.

Non vorrei aver guardato negli occhi i miei lavoratori, come lei ha fatto con noi a Cagliari prima che il Tribunale decretasse il fallimento di Epolis, promettendogli falsamente per l’ennesima volta che gli avrei pagato gli arretrati.

Lei è un imprenditore, mi è parso di capire. Ma, forse non lo sa, essere un imprenditore comporta una grande responsabilità morale nei confronti dei propri lavoratori.

Un lavoratore ha fiducia del suo datore di lavoro. Certo sa perfettamente che le cose possono andare male, per carità, e che può perdere il posto. Conosciamo il mercato, sappiamo cosa è la crisi.

Ma un lavoratore crede che una stretta di mano, una parola data, una promessa abbiano ancora un significato, anche in questo schifo di società. Non si aspetta di essere pugnalato alle spalle da un momento all’altro.

Non so come siano stati utilizzati i soldi che noi ci siamo sudati, ce lo sta pian piano dicendo l’autorità giudiziaria. Non so se è vero che qualcuno di voi li ha usati per pagarsi viaggi, alberghi e palestre esclusive, così come raccontano i giornali. Né, in fondo, mi interessa troppo.

Voglio solo che lei sappia che io e i miei colleghi con quei soldi mantenevamo la famiglia e pagavamo il mutuo di casa.

Peccato, l’esperienza di Epolis, se gestita bene, avrebbe potuto sopravvivere: avrebbe fatto fare buoni profitti a lei e ai suoi soci e avrebbe permesso a tutti noi continuare a fare il nostro lavoro.

Ma è inutile recriminare.

Quel che penso è che da parte sua e dei suoi collaboratori è mancata quella presa di coscienza, quella responsabilità morale. Sia nei confronti dell’azienda che dei professionisti che con il loro lavoro la facevano andare avanti.

Imprenditori come voi fanno un grande danno che non è solo economico: rompono un patto di fiducia, separano mani, tradiscono promesse. Creano disperazione e sfiducia nel futuro.

Lei, dottor Rigotti, non ha creduto nella sua azienda e non ha creduto in quel patto di fiducia con i suoi lavoratori. E quando si fa una cosa in cui non si crede, questa inevitabilmente si trasforma in un fallimento. Come è capitato ad Epolis.

L’Italia va in rovina anche perché purtroppo ci sono tanti imprenditori come lei.

Auguri

Alessandro Zorco – Ex lavoratore Epolis

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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