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Scuola sarda e dispersione dei buoni maestri

Da almeno vent’anni in Sardegna si parla dell’emergenza dispersione scolastica. Ciclicamente, studi e indagini, debitamente riportati dai politici soprattutto in campagna elettorale, attestano che nella nostra regione i ragazzi, appena possibile, abbandonano la scuola. Prima si ritiravano per andare a lavorare, magari in campagna con il padre. Oggi non si capisce cosa vadano a fare appena usciti dalla scuola, visto che nella nostra isola la disoccupazione giovanile raggiunge tassi sempre più elevati. L’ultima denuncia è arrivata dal deputato dei Riformatori Sardi Pierpaolo Vargiu che ha chiesto l’aiuto urgente del Governo perché nella scuola sarda la dispersione scolastica ha raggiunto il 36% contro una media nazionale del 27. In pratica: prima eravamo classificati tra le ultime regioni italiane, oggi siamo riusciti finalmente a conquistare l’ambìta maglia nera.

Programmi vetusti, ragazzi sempre più annoiati e poco stimolati, scarsa attenzione alle nuove tecnologie. Nonostante la Sardegna abbia da anni predisposto un progetto all’avanguardia sulla Scuola Digitale. Questa è la vecchia e stanca scuola sarda. Forse il progetto Scuola Digitale, per come era stato impostato, avrebbe dato agli insegnanti maggiore entusiasmo e libertà di creare programmi personalizzati in grado di stimolare gli studenti. Ma la politica isolana, qualche anno fa, ha provveduto a svuotarlo completamente di contenuto per inchinarsi ossequiosamente alle esigenze delle grandi multinazionali dell’editoria.

Scuola Sardegna

La politica fa scuola

E’ comunque molto utopistico pretendere che la politica, soprattutto la attuale politica, risolva qualsiasi tipo di problema. Non soltanto quelli della scuola. Tutt’al più può riuscire ad amplificare i problemi, dando spesso ai ragazzi il chiaro esempio di come non deve essere gestita la cosa pubblica.

D’altronde, i ragazzi stanno ricevendo tantissimi cattivi esempi da noi adulti. Gli stiamo insegnando che vince il più furbo, il più forte, il più prepotente. Quello che si mette meno scrupoli. Gli stiamo insegnando che per fare i soldi bisogna o saper giocare bene a pallone o andare in televisione. Oppure magari entrare in politica. Gli stiamo insegnando l’arte della scorciatoia e della strada più comoda.

Quel che non gli stiamo insegnando, invece, è che per vivere e costruire il futuro bisogna farsi un mazzo così. Che bisogna andare a scuola, studiare, impegnarsi, fare sacrifici, imparare un lavoro e poi lavorare ogni santo giorno. Spendere ogni stilla del proprio sudore, anche quando non avresti alcuna voglia di impegnarti.

La scuola, insieme ovviamente alla famiglia, dovrebbe per prima cosa insegnare ai ragazzi ad essere degli onesti cittadini capaci di spendersi per il bene comune. Prima, ad esempio, esisteva una materia ad hoc. Si chiamava Educazione civica. Che fine ha fatto? Le varie riforme scolastiche l’hanno messa in soffitta, come ora si sta facendo anche con la geografia. Non va più di moda. Ora la priorità, imposta dall’Europa, è diventata quella di insegnare l’educazione sessuale anche ai ragazzini di terza media. E noi, coglioni, ubbidiamo.

Ma finché mancheranno, nella famiglia come nella scuola, buoni maestri in grado di stimolarli a conoscere, impegnarsi e fare dei sacrifici per la loro crescita, i ragazzi continueranno inevitabilmente a scegliere la strada più comoda cercando i soldi facili, la fama e il successo. Oppure semplicemente smetteranno di andare a scuola perché non fare nulla è sicuramente più semplice.

Il problema è che, oltre gli studenti, anche i buoni educatori si sono ormai quasi del tutto dispersi. In famiglia i genitori sono spesso assenti (soprattutto noi padri, sic), ma anche la maggior parte degli insegnanti, più che alla formazione delle giovani generazioni, sta pensando a difendere il posto di lavoro (giustissimo, visto che anche nella scuola c’è tanta precarietà) e a fare le sue battaglie ideologiche, spesso di retroguardia (molto meno giusto).

L’unica speranza è che i ragazzi, in controtendenza rispetto all’esempio degli adulti, prendano coscienza miracolosamente da soli che oggi un futuro è possibile soltanto nella solidarietà, nell’onestà e nel rispetto (delle regole, degli altri e dell’ambiente).

Ma è difficile che, senza un reale cambiamento e senza essere adeguatamente stimolati, i ragazzi possano amare una scuola che oggi appare vecchia, stanca e priva di entusiasmo. Per questo continuano ad abbandonarla appena possono.

Eppure la maglia nera non spetta alla Sardegna soltanto per la dispersione scolastica. Le spetta di diritto soprattutto per la dispersione ormai quasi totale di buoni educatori che riescano a trasmettere ai ragazzi i veri valori della vita: quelli dell’impegno e del sacrificio, validi a scuola come, in futuro, sul posto di lavoro.

Sarebbe importante prenderne atto. Senza nasconderci ancora dietro le solite denunce della politica contro la dispersione scolastica, le ricerche cicliche degli istituti di statistica e gli immancabili tavoli convocati dal ministero della Pubblica Istruzione.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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