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Contro la mafia sulle orme di Peppino Impastato

«La mafia è sopraffazione, ingiustizia, illegalità. La mafia è una mentalità, una cultura purtroppo dominante in Italia. E’ nel cuore dello Stato, nella politica e nell’economia. E in tanti anni non è mai stata sconfitta perché non c’è mai stata una volontà di farlo da parte di uno Stato che spesso premia i criminali e lascia solo e disarmato chi tenta di ribellarsi». Giovanni Impastato, il fratello di Peppino Impastato, giornalista, militante politico, scrittore e poeta, ucciso dalla mafia nel 1978, è stato una settimana in Sardegna, a Macomer, per parlare ai ragazzi delle scuole isolane di suo fratello Peppino e della sua attività di lotta e impegno sociale. Da quel 9 maggio 1978, quando il fratello maggiore fu fatto saltare in aria con una carica di tritolo, Giovanni Impastato, insieme alla coraggiosa mamma Felicia, mancata nel 2004, sua moglie Felicia e gli amici più cari con cui ha fondato il Centro Studi Impastato a Palermo dedicato alla memoria di Peppino, ha iniziato una lotta, prima per chiedere e ottenere la verità sulla morte del fratello e poi per dare testimonianza alle nuove generazioni su cosa vuol dire ribellarsi alla mafia e all’illegalità pur appartenendo ad una famiglia di origine mafiosa.

Intervista a Giovanni Impastato

D] Giovanni, quando la rabbia e il dolore hanno lasciato spazio alla voglia di proseguire la battaglia di suo fratello Peppino?

Mafia Giovanni ImpastatoR] «Fin  da subito. Non voglio essere presuntuoso, né parlare col senno di poi, però fin da subito noi [Giovanni e la mamma Felicia Impastato, ndr] abbiamo fatto una scelta importante: dopo l’uccisione di Peppino abbiamo provato tutte le emozioni che si possono umanamente provare: sentimenti di rabbia, angoscia, tristezza, paura. Abbiamo provato tutto. L’unica cosa che non abbiamo provato sono stati i sentimenti di odio e di vendetta nei confronti della mafia, nei confronti delle persone che hanno ucciso Peppino. Quei sentimenti di vendetta e di odio noi non li abbiamo mai provati».

D] Quale eredità morale le ha lasciato Peppino?

R] «L’eredità morale dell’impegno civile, della rottura vera e propria col sistema, con la cultura mafiosa. Mi ha lasciato l’eredità morale dell’onestà e della correttezza. La voglia di non mollare mai. Queste sono le cose che mi ha lasciato Peppino e che ho tentato di raccogliere nel migliore dei modi. C’è stata una continuità d’impegno che non si è mai fermata. Questo grazie anche al lavoro che hanno fatto i compagni al Centro studi Impastato di Palermo. Sono stato sostenuto da tante persone. Raccogliere la sua eredità è stato difficile, ma l’abbiamo fatto e stiamo andando avanti».

D] Ma che cosa è veramente la mafia?

R] «Nella mia esperienza ho potuto constatare che la mafia è sopraffazione, ingiustizia, prepotenza, illegalità sotto qualsiasi forma. La mafia è sicuramente un’associazione criminale con la sua storia, ma non è solo quello: la mafia è una mentalità, una cultura e soprattutto un problema sociale. Oggi possiamo parlare di cultura mafiosa, di modo di agire e di modo di pensare mafioso delle persone. Anche di quelle persone che non sono mafiose, che magari sono delle persone per bene, ma purtroppo la pensano come i mafiosi, agiscono come se fossero mafiose. Insomma la mafia ha tantissime sfumature».

D] Come è nata storicamente?

R] «La mafia è nata dal feudo nel periodo degli agrari, nell’Ottocento. La figura riconosciuta e identificata del mafioso è il gabellotto, l’intermediario fra gli agrari, i feudatari e i contadini. Aveva un ruolo particolare perché era uno che ricattava, minacciava gli agrari e i contadini, rubava le terre e poi le affidava illegalmente ai contadini.  In pratica prendeva da un lato e prendeva dall’altro. La mafia è nata proprio lì, da questa forma di intermediazione».

D] In Sardegna secondo i rapporti della Direzione antimafia, esiste una forte commistione tra la criminalità comune e gli amministratori locali. Eppure qualcuno si ostina a dire che la mafia qui non esiste.

R] «In Sardegna la mafia non esiste? Se guardiamo i fatti non credo che si possa essere così sicuri che la mafia non esista in Sardegna. Prendiamo le intimidazioni nei confronti degli amministratori locali: non credo che siano opera di alcuni pastori, banditi o disperati che minacciano gli amministratori perché si sono svegliati la mattina hanno deciso di farlo. No, io credo che in quelle minacce ci sia un problema che riguarda gli appalti, il piano regolatore, le licenze edilizie: è la mafia che si è riuscita a inserire  in questo settore. Non capisco perché come mai in Sardegna non si possa parlare di mafia quando quello che sta succedendo da anni è evidentemente frutto di un metodo mafioso. Parliamoci chiaro, la mafia agisce in questo modo. Poi è chiaro che nelle parti dove c’è una buona economia, parlo del nord Sardegna, della Costa Smeralda, la mafia ha avuto un ruolo e continuerà ad averlo: anche  la presenza di tanti beni confiscati  dimostra chiaramente che un minimo di presenza mafiosa esiste. Ma c’è anche un’altra cosa importante».

D] Quale?

R] «In questi giorni è stata sgominata una banda internazionale di trafficanti di droga a Sassari: dietro il traffico della droga non ci sono i banditi. Parliamoci chiaro: c’è la mafia organizzata che gestisce questo traffico. Anche questa retata è un altro segnale. Quindi io non escluderei assolutamente una presenza mafiosa in Sardegna».

D] Secondo Giovanni Impastato cosa possiamo fare tutti noi, nel nostro quotidiano, per combattere la mafia?

R] «Noi possiamo fare tanto, tantissimo. Ecco, quello che stiamo facendo in questo momento è importante: le interviste, il parlare di mafia, diffondere informazioni su questo fenomeno difficile è essenziale. La comunicazione è importante. Possiamo anche impegnarci di più nel sociale. Ad esempio nelle scuole. Dobbiamo cercare in tutti i modi di coinvolgere i giovani studenti perché tutto si gioca lì. Tutto si gioca nelle scuole e nelle nuove generazioni: noi possiamo influire tantissimo, possiamo seminare e lasciare un segno profondo nelle coscienze di questi ragazzi. Questo è un lavoro che ognuno di noi dovrebbe fare. E’ chiaro che i giornalisti devono avere un ruolo importante anche nella lotta alla mafia con una buona formazione e con una informazione corretta che possa quantomeno aiutare a smuovere le coscienze. Anche la Chiesa può assumere un ruolo importante perché la lotta contro la mafia non va fatta soltanto dal basso con le lotte sociali o con le bandiere rosse. Si, le bandiere rosse possono essere importanti. però questa lotta va fatta pure con il Vangelo in mano: nel Vangelo ci sono tutti i presupposti per lottare la mafia. Questo purtroppo avviene raramente e quando ci sono dei sacerdoti che veramente vogliono lottare contro la mafia col Vangelo in mano vengono isolati e corrono molti rischi».

Sud libera Sud impastato

D] Esiste oggi un giornalismo militante che si contrappone alla mafia?

R] «Io penso proprio di si. Oggi noi abbiamo gli eredi di Giancarlo Siani [giornalista napoletano assassinato dalla Camorra nel 1985, ndr]. Sempre a Napoli ci sono alcuni giornalisti impegnati in prima fila in questa difficile battaglia, che sono scortati e protetti. Abbiamo persone come Lirio Abbate, che ha scritto un libro favoloso e coraggioso dove ha fatto il nome di politici. E’ stato minacciato e pure lui adesso è sotto scorta. Poi abbiamo anche alcuni redattori che lavorano nelle testate minori e rischiano tantissimo nei territori. Posso dire che un giornalismo di denuncia e di inchiesta esiste ancora. E meno male. Ormai i giornalisti di questo tipo sono pochi, ma sono ancora presenti. Grazie a loro anche oggi possiamo usufruire di una buona informazione».

D] La mafia è nello Stato, nelle pubbliche amministrazioni: perché è così  difficile da estirpare?

R] «La mafia è nella pubblica amministrazione, anzi possiamo dire che è nel cuore dello Stato. Ma non è un antistato. La mafia è proprio nel cuore dello Stato per quanto riguarda la realizzazione delle grandi opere pubbliche,  il sistema degli appalti e tutta una serie di cose legate alla gestione del denaro pubblico: ecco lì la mafia è proprio dentro lo Stato. Però, nello stesso tempo, la mafia è contro lo Stato quando uccide persone come Falcone, Borsellino, il generale Dalla Chiesa, carabinieri e poliziotti. Quando uccide quelle persone che tentano di bloccare il processo di accumulazione illegale della mafia, il suo processo criminale. La mafia è difficile da sconfiggere proprio per questo motivo. Per questo dualismo. Noi abbiamo avuto fenomeni criminali che possiamo considerare a tutti gli effetti antistato. Fenomeni che alla fine sono stati sconfitti dallo Stato, magari dopo essersene servito: il brigantaggio dell’Ottocento, il banditismo sardo, il terrorismo etnico del nord Italia, le Brigate Rosse. Tutti fenomeni che possono essere considerati antistato. La mafia non è stata sconfitta perché non è affatto un antistato. Questo è uno dei motivi perché non è stata sconfitta».

D] Qual è l’altro?

R] «L’altro motivo è che purtroppo manca la precisa volontà politica di risolvere il problema. Parliamoci chiaro: Giovanni Falcone diceva che “ogni storia, come ha avuto un inizio, avrà una fine”. Però nello stesso tempo aggiungeva anche che la mafia ha ucciso i migliori servitori dello Stato, persone che lo Stato non è riuscito a proteggere o non ha voluto proteggere. Ecco, io credo che Falcone avesse le idee chiare, chiarissime. Ci ha fatto capire che la mafia non si può sconfiggere per questi motivi. Non perché queste persone sono marziani invincibili che vengono da altri pianeti o perché è gente speciale contro la quale non possiamo competere. No, assolutamente no. Non è così. La vera questione è che manca la volontà politica di sconfiggere la mafia. E’ inutile che noi aggiriamo l’ostacolo, facciamo analisi, parliamo di memoria, di studi, di ricerche. Sono cose importanti, per carità. Ma la questione seria è proprio che la mafia è diventata un problema sociale, un problema culturale: la cultura dominante di questo Paese è la cultura mafiosa. La mafia, con la buona volontà di tutti, si potrebbe sconfiggere anche in pochissimo tempo. Eppure in Parlamento ci sono più di centoventi-centotrenta persone che continuano ad essere elette nonostante abbiano avuto problemi con la mafia, alcune condannate con sentenza definitiva, alcune sotto inchiesta. Siedono in Parlamento, legiferano, fanno quello che vogliono. Questo significa che non c’è volontà di risolvere il problema. Non dobbiamo prendere in giro i bambini o gli studenti nelle scuole raccontando le barzellette. Dobbiamo essere chiari».

D] A questo proposito il giudice Borsellino parlava del puzzo del compromesso. Secondo lei a che cosa alludeva? Quali sono i compromessi pericolosi?

R] «Borsellino alludeva ai rapporti fra la mafia e la politica, mi sembra chiaro. Il compromesso fra la mafia e gli amministratori che controllano il sistema degli appalti: questo è il puzzo del compromesso. Oggi la mafia è radicata all’interno del sistema di potere economico, politico, telematico, nelle banche, nelle amministrazioni delle aziende. E’ ovunque perché gli permettono di stare ovunque, perché conviene che stia ovunque».

D] Esiste ancora un codice d’onore mafioso?

R] «Si, ancora c’è. C’è un codice d’onore che loro rispettano tantissimo e che oggi comprende la cupola. Sono i mafiosi stessi ad aver proprio cambiato identikit».

D] Cioè?

R] «Non sono più quelli di una volta, persone come Totò Riina, Provenzano, Badalamenti, che avevano la quinta elementare ma riuscivano a dialogare, a collaborare con settori importanti della borghesia mafiosa. Oggi non è più così: queste persone – Badalamenti, Provenzano, lo stesso Messina Denaro che tra non molto verrà arrestato – non rappresentano più la mafia. Oggi l’identikit del mafioso sono commercianti, imprenditori, medici, avvocati, qualche banchiere. Praticamente quel settore che è rappresentato dai colletti bianchi. Si è parlato sempre dei colletti bianchi, nessuno ci credeva, però oggi finalmente abbiamo avuto la conferma. Oggi possiamo dire “borghesia mafiosa”, “mafia dei colletti bianchi”. E’ cambiato tutto. In questo momento non hanno bisogno di uccidere, ma quando avranno bisogno di uccidere è chiaro che organizzeranno pure l’esercito criminale. Questo cambiamento è importante perché prima a dominare erano i vaccari, i pastori, i contadini, le persone che venivano dal feudo. Ora invece no, la mafia è molto più raffinata perché viene rappresentata da questi settori della borghesia mafiosa. Oggi infatti si parla insistentemente di borghesia mafiosa».

D] Quindi è una mafia anche più pericolosa e più difficile da smascherare…

R] «E’ una mafia sicuramente molto più pericolosa, più nascosta, più clandestina, meno appariscente. Infatti se oggi qualcuno mi chiedesse “Ma chi è il capomafia del tuo paese?” io avrei grande difficoltà a rispondere. Così se oggi qualcuno mi chiedesse “Dove c’è più mafia: in Sicilia o in Lombardia?” direi che le cose sono cambiate in maniera impressionante e potrei benissimo rispondere che c’è più mafia in Lombardia che in Sicilia. Da qualche anno a questa parte è cambiato tutto».

D] Giovanni, lei è reduce da una settimana in Sardegna in cui ha parlato ai ragazzi dell’importanza della legalità: che idea si è fatto delle giovani generazioni sarde? Che ruolo possono avere in questa battaglia?

R] «I miei incontri sono stati sorprendenti perché i ragazzi erano molto attenti. Si trattava di ragazzi piccoli, per la maggior parte delle scuole elementari e medie. Li ho trovati molto interessati all’argomento, molto vivi, molto intelligenti. Curiosi  di conoscere la storia di Peppino. Ecco, questo è un segnale positivo in una terra come la Sardegna che apparentemente dovrebbe essere distante da questi fenomeni. Da voi ci sono stati altri fenomeni criminali, completamente diversi rispetto a quelli della Sicilia, però qui c’è stata anche l’omertà, la paura, la cultura dell’indifferenza. Tutte cose che, se ci pensiamo bene, fanno parte della cultura mafiosa. Io ho spiegato ai ragazzi che  bisogna dare una svolta importante, bisogna reagire e soprattutto avere una maggiore percezione del proprio territorio. Bisogna vigilare, controllare, fare le denunce, capire che se nel territorio ci sono persone che speculano, che distruggono l’ambiente, che fanno delle cose orrende. Bisogna denunciarli. Questo festival, che è stato il primo festival della legalità in Sardegna, è una cosa importante alla luce di quello che sta succedendo in questo momento in Sardegna. Lo ripeto: io non sottovaluterei la retata con cui in questi giorni è stato sgominato un traffico internazionale di droga che passava appunto dalla Sardegna».

D] Non è una novità…

R] «Lo so, lo scorso anno c’è stato anche Mesina che, dopo che è stato graziato, ha cercato di animare un po’ il traffico della droga. Mi pare che sia stato arrestato proprio per questi motivi».

D] Spesso nel corso degli anni la Sardegna è stata il crocevia di traffici di droga internazionali…

R] «Appunto. Questo fatto denota che in Sardegna c’è già la presenza della mafia. Il traffico della droga è controllato dalla mafia, anzi in questo momento lo controlla la ‘ndrangheta a livello internazionale. Perciò se Mesina, o qualche altro in Sardegna, vuole fare affari, si vuole dedicare a questo smercio, è chiaro che deve passare dalla mafia: non c’è ombra di dubbio. Il controllo della droga non ce l’hanno i banditi sardi: se una persona si vuole inserire in questo traffico è chiaro che deve fare i conti con la mafia. Siccome questo è il secondo caso eclatante che succede in Sardegna, dopo quello di Mesina, è la prova che le cose si iniziano a concretizzare».

D] Ma c’è qualcosa che fa paura alla mafia?

R] «La cultura, la capacità di ragionare, la capacità di crescere e impegnarsi da parte delle nuove generazioni: queste cose fanno una grande paura alla mafia, su questo non ci sono dubbi. Sciascia, un uomo molto luminoso e intuitivo, diceva che la mafia non verrà sconfitta dagli eserciti organizzati, dai carabinieri, dai giudici, ma verrà sconfitta da un esercito di maestri. E io sono perfettamente d’accordo. La mafia ha paura di quelle persone che lottano per far riflettere, per far crescere la gente. Perché più la gente cresce, più la gente si informa, più diventa un pericolo per loro».

D] C’è grande bisogno di maestri. Qualcuno diceva che dietro ogni detenuto c’è un maestro mancato…

R] «Esatto. Molte volte gli errori si commettono per necessità. Per esempio la mafia è riuscita a canalizzare, ad aggregare tante persone, soprattutto giovani criminali perché gli ha garantito un reddito, una vita tranquilla da un punto di vista economico. Certo, non tranquilla da altri punti di vista. E’ chiaro che molti sono rimasti affascinati e sono caduti nella tentazione appunto perché purtroppo lo Stato riesce a lasciare dei vuoti impressionanti, vuoti che riesce a coprire la mafia. Ecco, questa è una cosa che non dovrebbe mai avvenire».

D] C’è una domanda che le è rimasta nel cuore e vorrebbe rivolgere a chi ha cercato invano di far tacere la voce di suo fratello Peppino Impastato?

R] « In base alla nostra esperienza, giorno dopo giorno abbiano capito una cosa importante: il messaggio di Peppino è un messaggio molto forte, molto educativo soprattutto per le nuove generazioni. Per quanto riguarda la domanda che farei, devo fare una premessa. E’ noto che per quanto riguarda il caso di Peppino, ci sono stati dei depistaggi. I depistatori sono state persone che facevano parte delle istituzioni, dello Stato. Sono stati i primi carabinieri, i primi giudici intervenuti sul luogo. Vede, queste persone che hanno fatto opera di depistaggio sono state tutte promosse, premiate. Invece gli altri, quelli che hanno tentato di arrivare alla verità e hanno messo in dubbio la tesi dell’attentato terroristico, al contrario sono state tutte uccise. Le faccio i nomi: il primo è stato il procuratore Costa, il secondo è stato il sostituto procuratore Signorino, poi il consigliere istruttore Rocco Chinnici, insomma tutti quelli che facevano parte della Procura della Repubblica di Palermo. Poi abbiamo avuto Caponneto che è morto di morte naturale, e infine Giovanni Falcone. Queste persone, che hanno voluto dare un contributo alla verità sul caso di Peppino, sono state tutte uccise. Invece le altre persone sono state tutte promosse, hanno fatto una splendida carriera. Allora io vorrei capire. E vorrei chiedere: “Per quale motivo avete premiato i criminali, quelle persone che hanno commesso un crimine invece di buttarli fuori dall’Arma dei Carabinieri o dalla Magistratura?”. Ecco, la domanda che io vorrei fare è proprio questa. La seconda domanda: “Perché avete ucciso gli altri?” non la posso porre perché è una domanda che dovrei porre alla mafia ma la spiegazione è chiara. E’ purtroppo una amara verità».

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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