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Giovani avvocati e pensionati attaccati alle poltrone

Quante volte e in quanti settori abbiamo constatato l’iniquità dello schizofrenico sistema economico italiano: da un lato tanti giovani professionisti che non riescono ad affacciarsi nel mondo del lavoro e  programmare il loro futuro, dall’altro attempati avvocati, commercialisti, medici, giornalisti che – dopo aver maturato una cospicua pensione – continuano senza problemi la loro attività lavorativa incassando parcelle e fatture da decine di migliaia di euro. Eppure forse i tempi stanno cambiando. Un gruppo di giovani avvocati ha deciso di protestare contro la recente introduzione del nuovo regolamento della Cassa forense che costringe a pagare alti contributi previdenziali anche a chi, all’inizio della carriera, non riesce neppure a rifarsi delle spese vive della professione. La rivolta dei giovani avvocati – nata sulla pagina Facebook “No alla cassa forense obbligatoria”- è una mobilitazione che dovrebbe estendersi a tutti i giovani che hanno enormi difficoltà per accedere al mercato del lavoro in un paese, l’Italia, in cui la disoccupazione giovanile sta assumendo proporzioni enormi.

La rivolta dei giovani avvocati

I fatti. Con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento della Cassa forense i giovani avvocati, soprattutto quelli che non hanno uno studio avviato alle spalle e che all’inizio della carriera lavorativa percepiscono redditi ovviamente molto bassi, d’ora in poi saranno costretti a pagare i contributi alla cassa di previdenza: circa 800-850 euro all’anno anche in caso di redditi pari a zero. Il regolamento prevede per i primi anni un regime agevolato che, a fronte di una riduzione del contributo da pagare, comporterà però un dimezzamento dell’anzianità riconosciuta dalla Cassa (sei mesi anziché un anno).

Le nuove norme dettate dalla Cassa forense, che prende avvio dalla riforma introdotta dal Governo Monti che ha reso obbligatoria per tutti i giovani avvocati l’iscrizione alla Cassa, rischia di rappresentare una vera e propria stangata per chi inizia la carriera forense. Fino ad oggi, infatti, chi percepiva fino a 10.300 euro all’anno, pari ad un fatturato di 15mila euro, non doveva versare nulla alla cassa. Secondo il nuovo regolamento, per i primi cinque anni i giovani avvocati – qualunque sia il reddito percepito – dovranno sborsare un contributo minimo di 800-850 euro all’anno. Nei successivi tre anni il versamento minimo salirà a circa 1.200 euro mentre – terminato il periodo agevolato – si assesterà come minimo a 3.700 euro all’anno.

Giovani avvocatiNei giorni scorsi il Fatto Quotidiano ha dato un buon risalto alla protesta dei giovani avvocati  (che ora stanno cercando di fare pressione sul ministero dell’Economia perché la riforma non venga attuata), riportando anche la risposta del presidente della Cassa forense, l’avvocato Nunzio Luciano. Il legale, dopo avere difeso la flessibilità del nuovo regolamento e elogiato la forte connotazione solidaristica della Cassa forense (“circa il 10% della pensione di chi guadagna e versa meno dovrebbe essere coperto da chi ha redditi più elevati”), afferma tra l’altro che la Cassa degli avvocati non è la sola a richiedere una contribuzione minima: “tutte le casse professionali più importanti lo prevedono – spiega – e i loro minimi sono di gran lunga superiori a quelli richiesti dal nuovo regolamento”.

E’ verissimo: tutte le casse professionali prevedono un contributo minimo anche per chi ha guadagni irrisori (si pensi ad esempio, oltre ai giovani avvocati, ai tantissimi giornalisti precari sfruttati per pochi euro a pezzo). Ed è proprio per questo che la battaglia intrapresa dai giovani avvocati è una battaglia che riguarda chiunque speri in una riforma pensionistica equa che sia veramente e concretamente incardinata ai principi di proporzionalità e progressività contributiva previsti dalla Costituzione. Riforma che in tutti questi anni la politica non è mai stata capace di fare.

Il botta e risposta tra il presidente della Cassa forense e i giovani avvocati (su Facebook è presente anche la pagina “No alla Bozza di Regolamento Cassa Forense contributo minimo“) evidenzia due problemi generali che riguardano anche molte altre professioni: da un lato l’enorme numero di iscritti agli albi che non riescono a trovare uno spazio in un mercato ormai saturo con scuole e università che continuano a sfornare futuri disoccupati. Dall’altro i tanti professionisti pensionati che continuano a lavorare e a sottrarre ai giovani occasioni di lavoro.

Il vero punto dolente, è evidente, non sono i tanti giovani che studiano e si preparano per affacciarsi ad una professione (anche se per fare certi mestieri oltre la teoria è necessaria anche molta pratica) ma è soprattutto quello dei tanti professionisti che, con poca sensibilità verso le giovani generazioni, continuano ad esercitare nonostante percepiscano la pensione.

Il problema è stato trattato anche sulle pagine di questo blog in un dettagliato intervento dell’avvocato Ugo Zorco.

E’ giusto che avvocati, commercialisti, giornalisti, medici e altri professionisti che percepiscono robuste pensioni al raggiungimento dell’età pensionabile continuino a mantenere l’iscrizione all’albo professionale di appartenenza e a svolgere attività lavorativa? O sarebbe più giusto se, come hanno fatto pochi professionisti corretti, una volta andati in pensione abbandonassero l’attività?

Come afferma giustamente l’avvocato Zorco, “la pensione deve essere corrisposta, ricorrendone i presupposti di legge, solo ed esclusivamente al termine della vita lavorativa: potenzialmente una persona può lavorare anche fino a cent’anni, ma senza prendere anche la pensioneE’ inaccettabile – prosegue – che si percepiscano delle pensioni al compimento dei 65 anni di età e contemporaneamente si continui a lavorare. E’ evidente come ciò comporti un inaccettabile privilegio a discapito dei più giovani professionisti che non possono contare su un possibile incremento della platea dei clienti e sono costretti a pagare alti contributi per alimentare questo perfido meccanismo“.

La verità è che l’intero sistema pensionistico italiano, basato su una impostazione che tende sistematicamente a conservare i privilegi e il benessere di pochi a discapito del bene comune e della tutela delle giovani generazioni, è totalmente iniquo perché istituzionalizza l’iniquità e l’ingiustizia.

L’Italia può cambiare?

I diritti. Certo, auspicare una riforma improntata ad una maggiore giustizia sociale che garantisca i diritti di tutti (in primo luogo quello di poter lavorare per sopravvivere) è forse utopistico. Ma, visto che il nuovo presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi sostiene con grande convinzione che l’Italia può cambiare, noi tutti vogliamo credere che questo cambiamento sia possibile.

Però si sa, i grandi cambiamenti devono partire dalle cose semplici.  E in effetti sarebbe abbastanza semplice: basterebbe che gli Ordini professionali revocassero l’iscrizione all’Albo nello stesso momento in cui un professionista decide di iniziare a percepire la pensione. A quel punto il professionista non potrebbe più trarre guadagno dalla sua professione ma, nel caso in cui volesse continuare a lavorare, lo potrebbe fare soltanto a titolo gratuito per contribuire all’inserimento dei più giovani nel mondo del lavoro. Diventerebbe un maestro.  E Dio solo sa quanto l’Italia abbia bisogno di buoni maestri.
Se i giovani avvocati (e con loro i giovani medici, i giovani commercialisti e i giovani giornalisti) avessero di che guadagnare non si sognerebbero di chiedere alcuna esenzione dai contributi previdenziali ma pagherebbero con la fiducia di vedersi un giorno restituiti i loro soldi.

Purtroppo però chi inizia a lavorare oggi ha moltissimi dubbi sul fatto che riuscirà mai a vedere una pensione. E nello stesso tempo vede persone che ricevono pensioni d’oro, magari solo per essere state sedute per qualche giorno su una poltrona del Parlamento.
Forse con semplici accorgimenti di questo tipo il mercato del lavoro italiano sarebbe un po’ più equo e si supererebbero gli inaccettabili privilegi medievali dei vecchi baroni a discapito dei giovani avvocati, commercialisti, medici, giornalisti. Giovani che hanno bisogno di pari opportunità e di fiducia per pensare in positivo al loro futuro.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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