Fondazione Sardinia

La profonda crisi economico sociale che la Sardegna vive in questi anni, con tante aziende che chiudono e una disoccupazione eccezionale che sta espellendo tante preziosissime forze giovanili, sta suscitando un importante dibattito nell’Isola. L’alluvione che ha colpito la nostra regione qualche settimana fa ha evidenziato, oltre alla lunga crisi economica e sociale, anche una gravissima emergenza idrogeologica causata da una pianificazione territoriale programmata spesso in modo quasi criminale. La ridente Olbia, vittima nel corso degli anni di un’urbanizzazione selvaggia, con i suoi morti che gridano vendetta, con le sue strade e i suoi ponti distrutti, è l’esempio lampante degli errori passati e attuali e delle tante occasioni sprecate per uno sviluppo ecosostenibile della nostra regione. Dopo aver ricevuto la mail con gli aggiornamenti delle proposte della associazione culturale Fondazione Sardinia ho deciso di dare un contributo alla discussione sull’improcrastinabile necessità di un vero e proprio New Deal per la Sardegna.

Rinascere. Conosciamo bene questo verbo. Soprattutto conosciamo bene il modo nefasto con cui è stato declinato in Sardegna nel Dopoguerra con il primo Piano di Rinascita: la grande industria pesante e il turismo all’assalto alle povere coste sarde, invece di essere la ricetta vincente per raggiungere la “completa occupazione” hanno abbagliato i sardi, li hanno portati ad abbandonare l’interno, hanno messo in crisi il settore artigiano e la piccola impresa. Enormi masse di denaro, invece che per lo sviluppo, sono state sprecate per foraggiare le nascenti lobby economiche. La politica, abbandonati i grandi ideali, nel tempo è diventata spesso e volentieri intrallazzo e gioco di potere.

La proposta della Fondazione Sardinia

Fondazione SardiniaLeggendo il documento della Fondazione Sardinia divulgato dall’intellettuale Salvatore Cubeddu, ex sindaco di Seneghe –  dal titolo suggestivo SARDIGNA NO(V)A Un NEW DEAL per la  SARDEGNA del terzo millennio: appunti per un nuovo inizio – la prima sensazione è quella di una bella utopia, incarnata dalla nascita di una nuova Città di Sardegna, sede di istituzioni profondamente rinnovate e di una politica regionale che finalmente pensa soltanto al bene della comunità.  Non possono non essere condivise le preoccupazioni  e le amare considerazioni della Fondazione Sardinia sulla nostra terra incolta, abbandonata all’acqua e al fuoco. Dove l’agricoltura è un ricordo del passato e il presente è rappresentato dal puzzo delle grandi industrie, civili e militari, che hanno ormai inquinato ampie fette di territorio. Non si può non condividere la preoccupazione della Fondazione Sardinia per tanti giovani senza lavoro che ricevono dai loro genitori i mezzi di sussistenza e non hanno la possibilità di progettare il loro futuro. Per un sistema pubblico che non è capace di utilizzare le risorse a disposizione per creare posti di lavoro stabili e occasioni di sviluppo.

Ricostruire la Sardegna significa sicuramente resettare le scelte poco oculate del passato e ripensare l’assetto istituzionale. Ed è affascinante, al di là di ogni campanilismo e attaccamento alla propria città d’origine, immaginare – come descritto nella proposta della Fondazione Sardinia – una nuova Città di Sardegna situata al centro dell’isola che sia il fulcro dell’attività politica con la sede delle istituzioni regionali. Una soluzione che eviterebbe qualsiasi accusa di centralismo cagliaritano e restituirebbe nel contempo una forte identità ai capoluoghi delle province storiche: Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano. Una nuova città sarebbe il nuovo centro del sistema economico isolano, rivoluzionando in positivo l’assetto dei trasporti e quello della conoscenza.

Anche sul fronte del lavoro è condivisibile – come afferma il documento della Fondazione Sardinia – il fatto che in un momento di difficoltà come questo siano le istituzioni a prendere per mano il sistema economico della regione programmando un piano di rilancio delle opere pubbliche che crei lavoro e metta a frutto i tanti finanziamenti inutilizzati (invece pare che neppure nella ricostruzione delle zone alluvionate ci sia grande spazio per le aziende sarde). Così come è estremamente razionale pensare, come propone la Fondazione Sardinia, che le migliaia di lavoratori in cassa integrazione della grande industria pesante vengano utilizzati per l’urgente risanamento dei territori di Macchiareddu, Porto Torres, Portovesme, Ottana, Arbatax.

Appare anche condivisibile l’auspicio della Fondazione Sardinia che possa nascere un forte movimento di opinione apartitico che chieda conto alla politica delle scelte che vengono fatte sulla testa dei sardi. Scelte operate a livello europeo (come il patto di stabilità che strangola gli enti locali che non hanno neppure l’autonomia di spendere per la messa in sicurezza dei loro territori i soldi che hanno a disposizione), a livello statale (come l’enorme carico di servitù militari a carico della Sardegna e le attività che vengono svolte nei poligoni sardi). Ma anche a livello regionale, operate da una politica che purtroppo non è mai riuscita ad affrancarsi veramente dalle decisioni romane per difendere gli interessi della Sardegna.

Una considerazione che emerge dalla lettura del documento della Fondazione Sardinia è che, a prescindere dal fatto che le province siano azzerate completamente o si lascino in vita quelle di Cagliari e Sassari o che la sede delle istituzioni regionali sia spostata in una nuova città oppure resti a Cagliari, è che le utopie e i sogni di una rinascita si possono realizzare. Soprattutto se si tratta “solo” di razionalizzare l’organizzazione istituzionale e l’utilizzo delle risorse pubbliche per creare sviluppo e posti di lavoro nel rispetto del proprio patrimonio ambientale, storico e culturale. Certo, per razionalizzare occorre avere una dirigenza lungimirante e capace di usare al meglio la ragione. E in questo momento, le cronache politico-giudiziarie ce lo dimostrano, non sono molti i politici che in Sardegna stanno dimostrando di usare con la ragione il potere e le risorse pubbliche che gli sono state affidate. Questo per dire che la rinascita di un territorio non è soltanto un problema di proposte e di progetti, per quanto validi. La rinascita è una questione soprattutto culturale che deve partire dal basso. Dalle scelte che ognuno fa nella vita quotidiana. Per cambiare veramente le sorti di una regione o di un singolo territorio, è necessaria la buona volontà di tutti. In primo luogo dei cittadini che devono smettere di premiare solo gli amministratori in grado di garantire un favore o un privilegio. Buona volontà, onestà e rettitudine morale devono essere, insieme alle capacità e all’autonomia, i valori fondanti per una nuova rinascita della nostra regione. Non c’è progetto che tenga dove imperano la mafia, le lobby e la corruzione.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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