Ecco come cambia la famiglia in Sardegna

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E’ sempre meno frequente in Sardegna la famiglia allargata tradizionale con tanti figli e i nonni che vivono sotto lo stesso tetto. La trasformazione culturale, economica e sociale dei tempi moderni ha portato anche nell’isola il proliferare di piccole famigliole con al massimo un figlio, di single e persone anziane che vivono da sole. Il risultato è che, grazie anche agli effetti del baby boom degli anni Sessanta che a quanto pare in terra sarda si è fatto particolarmente sentire, la Sardegna ha visto lievitare maggiormente che il resto della penisola il numero delle nuove famiglie, aumentate del 21,4% negli ultimi dieci anni (contro un dato nazionale del +18,6%). Gli ultimi dati demografici registrano inoltre un netto calo di residenti (negli ultimi quattro anni sono diminuiti addirittura di 38mila unità) e un progressivo e inesorabile invecchiamento della popolazione isolana.

Ricerca Cna: la nuova famiglia è mini

famiglia sardegnaA rivelare questa evoluzione della famiglia sarda è una recente ricerca del Centro studi della Cna Sardegna che analizza l’evoluzione della struttura demografica della nostra regione. Tra il 2001 e  il 2012 il numero di famiglie sarde è aumentato del 21,4% (contro una media  nazionale del +18,6% nazionale). Tra le regioni italiane, la Sardegna ha avuto un incremento dei nuclei familiari inferiore solo a Lazio (33%), Umbria (23,4%) e Abruzzo (21,8%).  Due, secondo lo studio della Cna, sono le ragioni di questo exploit. La prima è la progressiva trasformazione culturale, economica e sociale che ha portato alla scomparsa, anche in Sardegna, del modello di famiglia allargata tradizionale con un elevato numero di figli e la frequente presenza di anziani, con l’affermazione di nuovi modelli aggregativi con un sempre più ridotto numero di figli e una crescente quota di anziani soli e giovani single. L’altra ragione è più contingente: la Sardegna è infatti una delle regioni italiane in cui è stato maggiormente sentito il cosiddetto baby boom degli anni degli anni Sessanta e tra il 2001 e il 2012 circa 400mila sardi hanno raggiunto un’età tra i 25 e i 39 anni, ovvero l’età della fuoriuscita dalla famiglia di origine. Questo fatto ha contribuito a determinare il forte incremento del numero di persone che hanno formato una nuova famiglia che però si è ridotta numericamente: se nel 1971 una famiglia media aveva 3,35 componenti (in Sardegna come nel resto d’Italia) attualmente ne ha mediamente 2,29. Se nel resto d’Italia la crescita è stata determinata soprattutto dalla presenza di stranieri che hanno formato una nuova famiglia, in Sardegna l’eccezionale crescita del numero di famiglie è caratterizzata dalla netta prevalenza della componente endogena, dunque è direttamente riconducibile alla struttura demografica. Eppure i fenomeni alla base dell’eccezionale incremento del numero delle famiglie sarde sembrano aver già esaurito la loro spinta propulsiva: il netto calo delle nascite verificatosi a partire dagli anni Settanta ha già ridotto di oltre il 16% la popolazione compresa tra i 25 ed i 39 anni di età rispetto ai livelli del 2001: nei prossimi anni è dunque prevista una progressiva netta riduzione del numero di persone che formeranno una nuova famiglia.

Trentottomila residenti in meno in 4 anni

«L’eccezionale incremento del numero di nuove famiglie si inserisce in un contesto socio-economico in gravissima difficoltà che oggi non in grado di fornire ai più giovani risposte adeguate in termini di welfare, lavoro e prospettive future», commentano Bruno Marras e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionale della Cna sarda. «La disoccupazione giovanile, cresciuta fino al 47,3% e che a Cagliari sfiora addirittura il 60%, rappresenta solo l’effetto più macroscopico di questa crisi che va ben oltre gli aspetti congiunturali. Ai tantissimi ragazzi sardi che non trovano lavoro vanno ad aggiungersi tutti i giovani che partono dalla nostra regione in cerca di un inserimento lavorativo. Con l’acuirsi della crisi il bilancio demografico della popolazione non straniera in Sardegna ha segnato un saldo migratorio negativo: dalle -1.100 unità del 2009 si è passati alle oltre -2.000 del 2012, con evidenti effetti anche sul numero complessivo dei residenti (al netto degli stranieri), che tra il 2008 ed il 2012 sono diminuiti di 37.000 unità (-2,2%), che diventano 38.500 al netto delle acquisizioni di cittadinanza italiana da parte di stranieri (-2,3%). «È evidente la stretta connessione tra questi scenari demografici, la precaria situazione economica della Sardegna e l’incapacità delle istituzioni regionali ne l dare risposta alla pressante domanda di inclusione sociale delle numerose nuove famiglie», spiegano Marras e Porcu. «Se non ci sarà un’inversione di tendenza questo incessante esodo dalla Sardegna non potrà che aggravare l’invecchiamento strutturale della nostra popolazione amplificando un declino che appare sempre più difficile da contrastare». Se nel 1982 la popolazione anziana (65 anni e più) rappresentava in Sardegna appena l’11,1% del totale dei residenti (in Italia il 13,2%), attualmente gli anziani rappresentano il 20,1% della popolazione sarda (il 20,8% di quella italiana) e questa situazione sarà aggravata  dalla permanenza di consistenti flussi migratori in uscita.

 La Regione punti sui giovani e assista gli anziani

«Dare risposte adeguate alle legittime istanze di lavoro, formazione, valorizzazione e prospettive future provenienti dalle sempre più numerose giovani famiglie sarde deve essere il punto di partenza per il rilancio del sistema territoriale ed economico della Sardegna», proseguono i vertici della Cna regionale. «A queste istanze si deve aggiungere una adeguata assistenza alla sempre più numerosa fetta anziana di popolazione. In caso contrario  assisteremo all’accelerazione di un declino socio-economico che, è inutile negarlo, è ormai in atto. Risulta quindi assolutamente necessario un intervento immediato da parte della Regione Sardegna in modo da invertire la tendenza attingendo alle energie migliori, i nostri giovani, per contrastare la spirale negativa in cui soprattutto negli ultimi anni il sistema regionale sembra essersi avvitato».

 

 

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