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Papa Francesco non lasciarci soli

Papa Francesco non lasciarci soli. Le prime parole ascoltate da Jorge Mario Bergoglio in terra di Sardegna sono state il grido di dolore di uno dei quattocentomila cassintegrati sardi. Probabilmente un padre di famiglia dai cui occhi fuoriusciva, potentissima, la rabbia di una terra mal governata per anni. E la paura di non poter dare un futuro ai propri figli. Papa Francesco ha poi ascoltato le parole piene di emozione di un’imprenditrice sociale cagliaritana che con la sua azienda si arrabatta per cercare di far lavorare persone disagiate, ex tossicodipendenti o ex carcerati che la stragrande parte delle volte trovano chiuse le porte del lavoro. Infine ha sentito il grido di dolore della campagna sarda, un tempo settore portante dell’economia isolana, ora vista dai giovani come uno sbocco di lavoro arcaico e privo di futuro. Al di là delle bandierine bianche e gialle, dei picchetti ufficiali in giacca, cravatta e fascia tricolore e dell’enorme entusiasmo suscitato nelle cinquecentomila persone accorse a Cagliari per accoglierlo, Papa Francesco ha trovato una Sardegna stremata. In ginocchio. Non è un caso che la visita a Cagliari segua a pochissima distanza quella a Lampedusa: due isole, ha detto il Papa, accomunate da una grande, enorme sofferenza.

Il fatto che il primo passaggio cagliaritano sia stato l’incontro con il mondo del lavoro la dice lunga sul significato della visita pastorale di Papa Francesco, finalizzata da un lato a ridare la fiducia alla popolazione sarda e dall’altro a tirare le orecchie ai parolai che con i loro inganni e il loro pensare al se stessi rubano la speranza della gente. Bergoglio, che conosce la crisi economica perché da bambino ha sentito parlare nella sua famiglia del tracollo che colpì l’Argentina negli anni Trenta, è particolarmente sensibile a queste tematiche. Conosce cosa vogliono dire disoccupazione, precarietà e sofferenza.

Dopo aver ascoltato con attenzione i rappresentanti del mondo del lavoro isolano Papa Francesco ha assicurato che farà di tutto per combattere questo sistema economico mondiale che (nonostante questi discorsi facciano storcere il naso a tanti grandi economisti) è profondamente ingiusto, immorale e calpesta la dignità dell’uomo in nome del dio denaro. Idolatrando il denaro – ha spiegato il Papa – si sacrificano le parti più deboli della popolazione: con l’eutanasia si fanno fuori gli anziani e senza un lavoro si fanno fuori intere generazioni di giovani che non sono messe in condizioni di vivere, progettare, costruire il proprio futuro. «Senza lavoro si toglie la dignità alle persone che non possono portare a casa il pane», ha detto il Papa, che da Cagliari ha elevato una accorata preghiera al Padre Eterno: «Insegnaci a lottare per il lavoro».

Non fatevi rubare la speranza

“Non fatevi rubare la speranza” è stata l’esortazione ripetuta in ogni occasione da Papa Francesco. Che ha spiegato che la speranza è qualcosa di diverso dal semplice ottimismo: la speranza si costruisce tutti insieme con la solidarietà. Ma per questo bisogna essere anche un po’ furbi – ha spiegato Bergoglio, citando il Vangelo: dovete essere vigili come serpenti e semplici come colombe. «Gli idoli ci stanno rubando la dignità», ha detto pregando prima di congedarsi dai lavoratori per tuffarsi nuovamente nel mare di folla che con le sue ali lo accompagnava a Bonaria per la Messa, «ma Tu insegnaci a lottare per il lavoro».

«Tutti devono avere il diritto di portare a casa il pane guadagnato con il proprio lavoro», ha detto Papa Francesco che in apertura della sua omelia chiesto la collaborazione di tutti – la Chiesa in primo luogo ma anche i rappresentanti delle istituzioni – per assicurare i diritti fondamentali ad ogni persona. Poi, dopo avere omaggiato la Madonna di Bonaria ha invitato a guardarci gli uni gli altri sotto lo sguardo materno di Maria e non farci abbindolare dalle promesse dei parolai di turno che vendono illusioni e promettono una vita facile.
Il Papa – a Bonaria – non è sembrato dare particolare peso alle dichiarazioni di saluto dei rappresentanti istituzionali della Sardegna. Forse è rimasto colpito dal fatto che il sindaco di Cagliari Massimo Zedda – all’interno di un discorso eccessivamente prolisso e forse un po’ inadatto all’occasione – ha detto di essere il più giovane sindaco che la città ha mai avuto. E forse per questo, da buon padre, Bergoglio si è trattenuto a dargli qualche raccomandazione per le sue grandi responsabilità.
Per il resto, nessuna concessione ai vip vestiti da cerimonia e uno sguardo proteso da subito verso gli ammalati che lo attendevano a Bonaria. E verso quello dei carcerati e degli emarginati che lo attendevano in Cattedrale nel pomeriggio, dopo il suo pasto frugale in Seminario (nonostante i tanti piatti preparati Papa Francesco non si è smentito e ha mangiato solo un piatto di riso in bianco e un piatto di verdure).
Certo, come ha poi detto durante l’incontro con il mondo della cultura alla Facoltà Teologica la crisi, oltre che un pericolo, può essere anche una grande opportunità di cambiamento. Ma prima di tutto per Papa Francesco c’è la carità. E la carità non è qualcosa di peloso che assomiglia tanto all’assistenzialismo e di cui addirittura qualcuno si vanta. La carità, per Papa Francesco, significa che qualcuno è stato più fortunato e deve aiutare gli altri, ma «davanti a Dio – lo ha ripetuto più volte ai carcerati e ai “poveri” – siamo tutti uguali».

Papa Francesco povero tra i poveri

Francesco: povero tra i poveri, diseredato tra i diseredati, malato tra i malati, ultimo tra gli ultimi. Uno di noi, gli hanno urlato i tantissimi ragazzi che lo aspettavano al Largo Carlo Felice nell’ultima tappa della maratona cagliaritana. Dopo avere ascoltato i loro dubbi e le loro speranze, Francesco li ha invitati a non mollare. Mai. A pregare spesso la Madonna di Bonaria perché – ha detto – è una buona mamma. E soprattutto a non farsi prendere dal pessimismo. «Un giovane senza speranza non è un giovane: è invecchiato troppo presto – ha detto -. E senza speranza si dà spazio ai venditori di morte. Io non sono venuto a vendervi un’illusione – ha aggiunto Papa Francesco – ma chiedervi di fidarvi di Gesù che non è un’illusione e non tradisce mai. Non smettete di mettervi in gioco – ha detto ai giovani – allenatevi come dei veri sportivi ma fidatevi di Gesù.
Prendendo spunto dal brano del Vangelo in cui Gesù chiede agli apostoli, reduci da una nottata di pesca infruttuosa, di andare di nuovo a pescare, Bergoglio ha invitato i ragazzi a reagire agli inevitabili fallimenti e a non vivere di lamentele. «Prendete il largo giovani della Sardegna – gli ha detto – puntate in alto con coraggio e non fermatevi al “non abbiamo preso niente”: siate sempre docili alla parola di Dio perché anche voi siete chiamati a diventare pescatori di uomini. Dovete costruire un mondo migliore, un mondo di pace». Poi la corsa sulla papa mobile verso l’aeroporto militare dove lo aspettava il piccolo Falcon bianco ha messo fine alla indimenticabile e stancante giornata cagliaritana di Papa Francesco (che è arrivato sull’aereo barcollando per la stanchezza) .

La Sardegna aveva un enorme bisogno di speranza. Quella speranza forse che in tanti, lontani dalla fede e ora favorevolmente impressionati da questo papa speciale, hanno finora riposto nella politica, in ideali di partito ormai morti e sepolti, distrutti dalla pochezza umana che ha usato la politica e i suoi troppi benefici per il proprio tornaconto. Quella di Bergoglio – capo di Stato che peraltro sta applicando questi principi anche nella gestione del Vaticano – è una ricetta diversa: è la ricetta del noi, della solidarietà, dell’amore disinteressato, di una giustizia un po’ più alta di quella degli uomini. E’ la ricetta di un pastore che ama le sue pecore e vuole che arrivino al pascolo sane e salve. E’, per chi crede, la sola ricetta che conta.

 

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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