“Kenza: si trovi immediatamente una soluzione per consentire ai marinai del mercantile di tornare dalle loro famiglie”. L’appello è stato lanciato questa mattina dall’arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio che – insieme al presidente dell’Autorità portuale Piergiorgio Massidda e al comandante della Capitaneria di Porto Vincenzo di Marco – ha portato nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica la drammatica vicenda dei 15 marinai prigionieri del mercantile marocchino Kenza, ormeggiato dallo scorso maggio nel porto di Cagliari.

Autorità portuale, Capitaneria di Porto, Diocesi di Cagliari e Caritas diocesana – che insieme all’associazione genovese Stella Maris (che assiste e accoglie i marittimi e naviganti in transito nei porti italiani), ai sindacati e a tanti privati in questi cinque mesi hanno aiutato i marinai – hanno lanciato l’ennesimo appello alle istituzioni nazionali e internazionali per trovare una soluzione ad una situazione ai limiti dell’incredibile e tutelare i marittimi abbandonati al loro destino dall’armatore e impegnati in una durissima lotta sindacale.

Kenza: la richiesta ai parlamentari

Kenza - Porto di Cagliari
Il porto di Cagliari

Dal presidente dell’Autorità portuale Massidda è partita la proposta a tutti i parlamentari sardi di inviare una lettera per chiedere alla Farnesina di sbloccare una situazione che sembra arenata. Dopo aver fatto causa all’armatore, i marinai della Kenza hanno infatti ottenuto dal giudice del Tribunale del lavoro di Cagliari il sequestro della nave, che è stata affidata al comandante Ahred El Moudden. La situazione sembrava essersi sbloccata, anche perché ad ottobre è prevista una nuova udienza dalla quale potrebbe scaturire l’affidamento definitivo all’equipaggio, presupposto di una eventuale vendita della nave. “Le autorizzazioni della nave stanno per scadere – ha spiegato però il comandante della Kenza – e la nave rischia di perdere il suo valore. L’unica speranza è che un broker acquisti la Kenza e ci permetta di tornare a casa dalle nostre famiglie, ma il procedimento è molto lungo”.

Come si legge sul sito della associazione Stella Maris, l’iter per sbloccare la situazione è effettivamente molto lungo. Tra il sequestro, la dichiarazione dello stato di fallimento e la vendita effettiva all’asta – obiettivo finale dei marinai – passano solitamente alcuni anni. In questo periodo i marinai non possono abbandonare la nave se non vogliono perdere tutti i loro diritti, nè possono lasciarla temporaneamente poiché risulterebbero clandestini. Così i marittimi, senza stipendio da quasi un anno, sono condannati a vivere a bordo come prigionieri. Insieme all’associazione Stella Maris, l’Autorità portuale, la Caritas e tanti privati in questi mesi li hanno aiutati fornendogli solodarietà e mezzi per sopravvivere. La Saras ha fornito loro l’energia elettrica, il pastificio di Massimo Cellino grossi quantitativi di pasta. Ma la situazione sta diventando insostenibile, anche da un punto di vista logistico, perché – ha sottolineato Massidda – la Kenza è ormeggiata in un punto strategico del porto e la sua permanenza ulteriore potrebbe portare a un blocco dell’area portuale.

Il caso cagliaritano è solo uno dei tanti casi di abbandono di navi che avvengono nei mari del mondo. Solo nel 2002 – si legge nel sito della associazione Stella Maris – si sono contati 89 casi di abbandono di navi che hanno coinvolto 1.780 marittimi.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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