Lavoro, ripartire da un’economia della gratuità

0
91
Lavoro contratti

Lavoro gratuito e niente paghetta. I ragazzi devono capire che i piccoli lavori richiesti in famiglia devono essere fatti bene senza necessariamente un corrispettivo. Rifarsi il letto, apparecchiare la tavola, studiare: un dovere da compiere con cura. Assimilare il valore dell’impegno portato a termine senza un corrispettivo gli permetterà, da grandi, di lavorare con soddisfazione, perché riuscire a fare le cose bene solo se si è pagati o addirittura perché si è controllati dai superiori è una cosa che fanno gli schiavi e non le persone libere.

Da quando ho sentito parlare a Cagliari l’economista Luigino Bruni, autore del libro Economia con l’anima, mi chiedo se questa teoria possa reggere nel mondo del lavoro che ci propone una società mercificata come quella di oggi.

Nella mia infanzia da incallito sognatore avevo spesso pensato al mio lavoro (non sapevo minimamente cosa avrei fatto da grande) come una sorta di missione. Una visione che ho mantenuto quando, da giovane collaboratore dell’Unione Sarda, depositavo sulla scrivania del mio capocronista una serie infinita di articoli sul volontariato in Sardegna. Poi, col tempo, la necessità di portare a casa lo stipendio e le vicissitudini lavorative hanno ridimensionato i miei sogni. Ultimamente però, frequentando un seminario dell’Ucsi a Fiuggi, ho fatto una scoperta rivoluzionaria che mi ha fatto ritornare indietro nel tempo: la comunicazione deve essere sociale e il giornalismo, anche se oggi può sembrare anacronistico, è condivisione e dono gratuito di sé.

Gratuità del lavoro

Per questo la teoria del prof. Bruni mi ha subito incuriosito. Ascoltandolo parlare a Cagliari durante la tappa sarda del tour Dieci Piazze per Dieci Comandamenti, sono stato colpito soprattutto da questo concetto: bisogna educare i nostri figli alla gratuità. Avranno tempo per guadagnare del proprio lavoro,  è importante fargli capire il valore del lavoro in sé.

Lavoro

E’ un concetto che esula dalla precarietà e dalle difficoltà insormontabili che oggi giovani e meno giovani incontrano per sopravvivere. Ed è ovviamente ben lontano dallo sfruttamento, che nel settore giornalistico, quello che conosco meglio, significa spesso lavorare e correre da una parte all’altra per qualche euro a pezzo. E’ anche lontano dal fare le cose per puro spirito di volontariato. Quel che vuol comunicare questa teoria economica è che perché la società cambi è necessario che si ritrovino la passione per il lavoro e il valore di un lavoro fatto bene, qualsiasi esso sia.

Ormai siamo abituati a sentir parlare di economia esclusivamente in termini di mercato, speculazioni finanziarie, spread e borse. La immaginiamo, e sicuramente è così, come un mondo di pescecani dove ognuno fa spudoratamente il suo interesse cercando di annientare gli altri. Siamo abituati a riferire sempre i termini crisi, recessione, depressione alla mancanza di denaro ma mai all’impoverimento umano, all’abbrutimento della società moderna. Il mercato ci offre in enorme quantità beni (quelli bravi li chiamano “posizionali”) per ottenere i quali ci indebitiamo per anni, ma – sostiene l’economista Bruni – non ci può offrire beni “relazionali”, cioè quelli di cui tutti abbiamo veramente bisogno per stare bene. E il fatto che un numero enorme di persone reagiscano alla crisi economica togliendosi la vita testimonia una grande solitudine interiore diffusa, la mancanza di un senso profondo della vita che vada oltre le difficoltà materiali, che in un modo o nell’altro sono superabili se non si rimane soli.

Siamo diventati ingranaggi di un’economia spietata che ci rifiuta appena usciamo dal ciclo produttivo e ci trasforma in rottami inutili. Ma guardando precarietà, posti di lavoro persi, famiglie costrette a vivere in povertà e persone che – in gran parte ragazzi – neppure cercano più un posto di lavoro perché non ci credono più, l’unica speranza è rappresentata da una umanizzazione dell’economia. Dalla riscoperta (a volte dalla scoperta) della grande dignità del lavoro e delle proprie attitudini. Come sarebbe tutto migliore se politici, funzionari pubblici, impiegati, medici, insegnanti, giornalisti (giusto per fare alcuni esempi) lavorassero mossi più dallo spirito di servizio per la comunità e meno dal senso del guadagno.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, dice la Costituzione. Ma non credo si riferisca al lavoro inteso come strumento per portare a casa il pranzo e la cena e per pagare il mutuo (cosa tutt’altro che secondaria!!). Penso che la Carta si riferisca a un lavoro che dia una direzione e una utilità profonda alla nostra vita e a quella degli altri. Qualsiasi professione può assumere un significato alto, rendere chi la esercita parte di un progetto per la costruzione di una società migliore. E ciò vale a maggior ragione per chi, stando ai posti di comando di istituzioni e aziende, ha il dovere di dirigere, cioè di dare una direzione ai subordinati, senza far prevalere il proprio tornaconto personale e la sua smania di potere.

Qualsiasi persona dovrebbe essere messa in condizione di dare il suo contributo a questa causa facendo fruttare i suoi talenti. E forse far capire ai nostri figli il valore potenziale del loro lavoro potrebbe essere il primo piccolo passo per la costruzione di un’economia e di una società più giuste e meno speculative.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here