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Finanziaria, la Sardegna e la sindrome di Tafazzi

Finanziaria: schiaffo del Governo alla Regione. Palazzo Chigi impugna la manovra. Quante volte chi ha scritto di politica regionale in questi anni ha titolato così. Praticamente ogni anno il Consiglio dei Ministri, qualunque fosse la maggioranza al timone e qualunque fosse il ministro per gli Affari Regionali di turno, ha infatti bocciato le manovre regionali, impallinando i timidi tentativi della Regione sarda di esercitare la sua statutaria autonomia fiscale.

L’episodio più eclatante è stato sicuramente quello dell’impugnazione delle cosiddette tasse sul lusso introdotte da Renato Soru (peraltro la Consulta aveva bocciato solo la modalità con cui era stata introdotta la tassazione sulle seconde case e sulle plusvalenze prodotte dalla vendita di tali immobili, ma non la astratta possibilità di introdurle). Ma l’impugnazione delle finanziarie regionali è avvenuta con cadenza praticamente annuale. Puntualmente anche oggi, per l’ennesima volta, il canovaccio si è ripetuto: su proposta del ministro per gli Affari Regionali Graziano Del Rio, il Governo ha impugnato la Finanziaria 2013 bocciando la parte in cui riduce del 70 per cento l’aliquota Irap a favore delle imprese e degli enti pubblici.

Secondo Palazzo Chigi la norma – approvata all’unanimità dal Consiglio regionale per cercare di dare un po’ di respiro alle imprese isolane messe in ginocchio dalla crisi economica – violerebbe l’articolo 117 della Costituzione: per le leggi dello Stato la prerogativa di diminuire le imposte – si legge nelle motivazioni del ricorso alla Consulta – è “riconosciuta alle Regioni a Statuto speciale con esclusivo riferimento alle nuove iniziative produttive”. In pratica, prosegue il ricorso “la disposizione regionale, nel consentire agevolazioni fiscali di carattere generale e non finalizzate a sostenere le nuove iniziative produttive, contrasta con le citate norme statali e viola la competenza esclusiva dello Stato in materia di sistema tributario di cui all’articolo 117 della Costituzione“.

Senza entrare nel merito delle argomentazioni giuridiche del Governo e neppure parlare dell’effettiva efficacia del provvedimento che diminuisce l’aliquota Irap (peraltro apertamente contestato nei mesi scorsi dal Consiglio delle Autonomie Locali della Sardegna in quanto “fortemente penalizzante per i Comuni perché legato all’incomprensibile taglio dei fondi per le povertà estreme”) questa vicenda conferma l‘enorme difficoltà della Regione Sardegna nel rapportarsi con il Governo nazionale, sia esso “amico” o meno.

Il Palazzo della Regione Sardegna

Finanziaria nazionale 2006: il riconoscimento delle entrate

Chi non ricorda la grande mobilitazione che nel dicembre 2005 portò circa 6mila sardi a Roma a manifestare per la vertenza entrate? Da quella rivendicazione – unica probabilmente nel suo genere se non ritorniamo ai moti rivoluzionari del 1794 contro i Piemontesi – non nacque automaticamente il riconoscimento del diritto della Sardegna ad ottenere i circa 10 miliardi relativi alla quota di compartecipazione alle entrate tributarie previste dall’articolo 8 dello Statuto sardo che lo Stato non aveva mai rimborsato all’isola. Ma quella prova di forza e unità della politica e della società sarda dette sicuramente una mano. Il riconoscimento avvenne qualche mese dopo, ma con una ulteriore negoziazione dell’allora governatore Renato Soru con il presidente del Consiglio “amico” Romano Prodi che – nella Finanziaria nazionale 2006 – portò al dimezzamento di quanto dovuto: la Regione avrebbe ricevuto 5 miliardi di euro per i successivi 10 anni, dunque 500 milioni l’anno (in cambio lo Stato aumentò le quote di compartecipazione ai tributi erariali della Sardegna).

Oggi il presidente della Regione Ugo Cappellacci ricorda che dopo la manifestazione per la Zona Franca integrale dello scorso 24 giugno davanti a Palazzo Chigi (che per partecipazione non può sicuramente essere paragonata a quella del 2005) è stato aperto un tavolo di confronto (sigh!) con il Governo nazionale sulla modifica dell’articolo 10 dello Statuto. E lancia un appello bipartisan ai parlamentari sardi per fare fronte comune perché la modifica dell’articolo 10 viene ritenuta “un passaggio fondamentale per dare alla nostra Regione il diritto di decidere la propria politica fiscale”. Per Cappellacci la modifica dell’articolo 10 dello Statuto infatti “rappresenta uno dei presupposti per proseguire quella politica fiscale di vantaggio fondamentale per risollevare la nostra economia e compensare almeno in parte gli svantaggi derivanti dall’oggettiva condizione di insularità”.

Sicuramente questa posizione è funzionale alla battaglia per la zona franca integrale che Cappellacci sta cavalcando al fianco dei comitati spontanei e in contrapposizione con il centrosinistra. Ma siamo sicuri che basti questa battaglia (che i partiti stanno interpretando in chiave preelettorale) per risollevare le sorti della Sardegna? O forse serve qualcosa di più perché la Sardegna possa contare di più in Italia e in Europa?

Forse il problema non è più quello di elemosinare allo Stato una modifica dello Statuto. Si tratta invece – e il segretario del Psd’Az Giovanni Colli in un comunicato diramato qualche ora fa sostiene la stessa cosa – di rivedere immediatamente i rapporti di forza tra Stato e Regione e riscrivere profondamente uno Statuto Sardo nato nel 1948 con un peccato originale: quello di fare della Sardegna solo una specie di succursale insulare dello Stato italiano e di eliminare totalmente l’aspetto dell’identità sociale e culturale dell’isola. Nel corso degli anni lo Statuto sardo è stato soppiantato anche da quelli delle regioni ordinarie che per tanti aspetti ora sono più autonome e ricche di competenze, ma le forze politiche sarde si sono finora sempre dimostrate incapaci di trovare un accordo e rimediare a questa debolezza storica. Per alcune legislature si è discusso di Assemblea Costituente, Consulta e altre possibilità ma non si è riusciti ad andare oltre i convegni di rito. La politica sarda, che non riesce a compattarsi neppure per le battaglie più importanti, sta purtroppo perpetuando il mito spagnolo dei sardi pocos locos y male unidos.

Tafazzi

O quello del più prosaico e moderno Tafazzi, il personaggio che prova gusto ad autopunirsi infliggendosi forti colpi di bottiglia alle parti basse.

Giusto per inciso: la Sicilia da anni incassa la totalità del gettito di quasi tutte le imposte statali sul suo territorio. Un motivo ci sarà.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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