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La zona franca integrale e iI regime fiscale di vantaggio ad essa collegato non sono sufficienti a colmare il gap competitivo della Sardegna senza interventi strutturali sui problemi che rendono la nostra una delle regioni meno competitive a livello europeo. Il tema della zona franca, in ogni caso, deve essere sottratto alla mera propaganda elettorale per essere approfondito adeguatamente con un dibattito costruttivo tra forze politiche, parti sociali e soprattutto Comitati che hanno intrapreso una battaglia collettiva per il bene della Sardegna. Come? Partendo, innanzitutto, dall’attuazione, dopo oltre 15 anni di inspiegabile attesa, dell’ormai famoso decreto legislativo n. 75 del 1998 che – emanato sotto la Giunta di Federico Palomba – istituisce la zona franca doganale nei porti di Cagliari, Portovesme, Arbatax, Olbia, Oristano. Se ne è parlato a Cagliari, durante la presentazione di una ricerca della Cna regionale che analizza la competitività della nostra regione all’interno del sistema Europa e colloca la Sardegna agli ultimi posti nel Vecchio Continente per la scarsissima competitività del suo sistema socio-economico.

In base allo studio – illustrato da Antonio Mura (Cresme) e di cui si fornisce il link della nota stampa il 75% delle regioni europee fa meglio della nostra, fanalino di coda soprattutto per la eccessiva disoccupazione (in particolare giovanile e femminile), la scarsa scolarizzazione, la scarsa capacità di innovare, la cronica carenza di infrastrutture. Non va meglio neppure la comparazione con le regioni “competitors” (Cipro, Creta, Baleari e le Canarie, Algarve, Croazia Adriatica e Abruzzo) dove la Sardegna esce sistematicamente soccombente.

Dall’incontro – aperto dal presidente e dal segretario regionale della Cna Bruno Marras e Francesco Porcu e proseguito con una tavola rotonda cui hanno partecipato l’economista Beniamino Moro, l’europarlamentare Francesca Barracciu, il senatore Luciano Uras e il direttore del Centro regionale di Programmazione Gianluca Cadeddu – è emerso anche che la discussione sulla zona franca non può prescindere da un’analisi dell’esperienza di chi la sta attuando da decenni: alle Canarie, ad esempio, l’istituzione della zona franca doganale e fiscale pare abbia dato risultati deludenti: scarsa capacità innovativa delle imprese, bassa produttività, bassi livelli di Pil pro-capite e, soprattutto, indicatori critici di welfare e lavoro (specialmente per quanto riguarda sanità e occupazione giovanile).

Cna: zona franca insostenibile?

Cna zona franca sardegnaAltro argomento da approfondire – è stato detto durante il convegno della Cna regionale – quello della effettiva sostenibilità economica di un sistema basato sulla zona franca integrale: la Regione Sardegna dovrebbe infatti recuperare gli introiti delle imposte indirette in quanto attualmente – in base alle modifica dell’articolo 8 dello Statuto sardo avvenuta sotto la Giunta Soru – il Sistema sanitario regionale e il trasporto pubblico locale vengono sostenuti appunto con la compartecipazione per 7/10 delle entrate tributarie statali (tra cui Iva e accise che sarebbero eliminate dalla zona franca). Sarebbe velleitario – ha detto l’economista Moro – che si pretendesse che a pagare fosse sempre lo Stato.

Ecco dunque la necessità di una discussione più approfondita, anche insieme al Comitato Sardegna Zona Franca guidato dalla presidente Franca Maria Rosaria Randaccio e dall’avvocato cagliaritano Francesco Scifo, che analizzi tutte queste variabili e soprattutto (e questo sembra sia l’unico punto fermo che accomuna tutti) parta dall’attuazione dopo più di 15 anni di colpevole ritardo dei punti franchi doganali istituiti dalla Giunta Palomba.

Se c’è un punto fermo che accomuna tutti da cui ripartire per aumentare la competitività della Sardegna bisognerebbe partire da lì. Tra dirlo e farlo però c’è purtroppo di mezzo una campagna elettorale.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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