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Kenza, prigionieri nel mercantile fantasma

Kenza. Si chiama così la nave fantasma ormeggiata al Porto canale di Cagliari che ormai da più di due mesi tiene prigionieri quindici marinai. Il proprietario del mercantile, battente bandiera marocchina, è un armatore che ha pensato bene di abbandonare al proprio destino i membri dell’equipaggio che da dicembre non ricevono stipendio. Una situazione che novantanove volte su cento prelude al fallimento, al sequestro e alla messa all’asta della nave.

Kenza Cagliari

I marittimi nordafricani, spenti i motori del mercantile Kenza, hanno deciso di rimanere a bordo della nave in terra sarda. Peccato che, non avendo il permesso di soggiorno, non possano neppure sbarcare dalla nave. Mancano i viveri e soprattutto l’acqua, per questo motivo è stata lanciata una gara di solidarietà coordinata dalla Filt Cgil Cagliari che, dando pieno sostegno alla sacrosanta protesta dei lavoratori marittimi, già dall’inizio di maggio ha consegnato le prime scorte di viveri e medicinali all’equipaggio, organizzando un monitoraggio della salute dei lavoratori della Kenza, impegnati in uno sciopero sicuramente destinato a protrarsi a lungo.

Kenza, la nave fantasma

Del caso Kenza si sta occupando anche l’associazione genovese Stella Maris che, per statuto, assiste e accoglie i marittimi e naviganti in transito nei porti italiani. Secondo i dati dell’associazione nel mondo i lavoratori marittimi sono circa 1.227.056 e movimentano l’80% delle merci di cui ci serviamo quotidianamente. Eppure sono assolutamente senza tutela nei confronti delle angherie dei loro datori di lavoro.

Il fenomeno dell’abbandono delle navi è infatti aumentato enormemente negli ultimi trent’anni e l’episodio dei 15 marinai nordafricani progionieri a Cagliari del mercantile Kenza è solo uno dei tanti. Solo nel 2002 nel mondo si sono contati 89 casi di abbandono di navi che hanno coinvolto 1.780 marittimi.

L’iter è sempre lo stesso: l’armatore, magari dopo un fallimento economico, errate strategie di riorganizzazione della flotta o a seguito di un grave incidente della nave, non adempie ai doveri di mantenimento economico della nave e del suo equipaggio. Il primo segnale è appunto il mancato pagamento dello stipendio ai marittimi che come detto prelude, dopo un po’, alla dichiarazione di fallimento della nave cui seguiranno il sequestro e la vendita all’asta.

Durante questo periodo, che dura in media dai 2 ai 4 anni, alla nave manca qualsiasi risorsa, in primo luogo l’acqua il carburante. E, come a Cagliari, all’equipaggio della nave Kenza fermo in porto, oltre allo stipendio, manca l’essenziale per vivere: cibo, acqua, riscaldamento. La beffa è che il loro status giuridico impedisce ai marittimi di lasciare la nave, perché in quel caso risulterebbero clandestini senza permesso di soggiorno. Rimanere a bordo della nave è inoltre per l’equipaggio l’unico modo per fare valere i propri diritti nei confronti dell’armatore in attesa della fine dell’iter burocratico.

Nel caso di una nave abbandonata l’unica soluzione è dunque un sostegno ai marittimi che dia vita ad un’azione coordinata di welfare tra tutti i vari soggetti del sistema porto. Ma è evidente come i lavoratori siano impotenti e non abbiano alcun diritto di fronte alle ingiustizie se non quello di scioperare, prigionieri dentro un colosso d’acciaio e a rischio della propria vita. Una cosa veramente inaccettabile in un paese civile.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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