Tobagi e la libertà di stampa

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Stampa Lavoro

Tobagi « … al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io avverto molto forte: è la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani (…) per contribuire a quella ricerca ideologica che mi pare preliminare per qualsiasi mutamento, miglioramento nei comportamenti collettivi».

Questa frase che Walter Tobagi, inviato del Corriere della Sera, scrisse a sua moglie nel 78, due anni prima di essere vigliaccamente assassinato da un commando delle Brigate Rosse il 28 maggio 1980, è riportata in una targa sistemata a Milano, nei pressi del luogo in cui fu ucciso. Oggi, esattamente a trentatré anni di distanza dalla sua morte, la lezione di Tobagi, giornalista scomodo che raccontava dalle pagine del Corriere della Sera (prima scrisse sull’Avanti e su Avvenire) un periodo difficilissimo come quello degli anni di piombo è ancora attuale. Come è ancora molto attuale la sua tensione morale, la sua necessità di essere un giornalista libero, ancorché sottoposto alle pressioni enormi presenti in un periodo fortunatamente irripetibile della storia d’Italia.

Gli anni di piombo sono un ricordo lontano ma l’Italia di oggi, messa in gravissima difficoltà da una crisi prima di tutto sociale e morale, ha ancora bisogno di essere raccontata con coraggio, obiettività e libertà di coscienza. Senza asservimenti a questo o quel potere, ma con la capacità di analizzare, approfondire e rendere fruibili a tutti avvenimenti complessi e di difficile comprensione. In un momento in cui, grazie alla Rete, chiunque può dare notizie ed esprimere le sue opinioni è a maggior ragione necessaria la presenza di quelli che Indro Montanelli chiamava giornalisti con la schiena dritta. Giornalisti come Walter Tobagi, capaci di raccontare con obiettività e senza sensazionalismi un periodo difficile.

Walter_TobagiTobagi e la libertà di stampa

La libertà di stampa era uno dei grandi crucci di Tobagi. Proprio il giorno prima di essere assassinato in qualità di presidente dell’Assostampa lombarda aveva presieduto a Milano un incontro sulla libertà di stampa e sulle responsabilità del giornalista di fronte alle pressioni dei terroristi. Anche in quell’ultimo incontro pubblico fu attaccato dalle parti più schierate della stampa milanese, fino ad esclamare – cosa che si rivelò purtroppo una profezia -: «chissà a chi toccherà la prossima volta».

Poche ore dopo fu ucciso. E fa riflettere il fatto che due membri del commando che tese l’agguato a Walter Tobagi conoscessero molto bene gli ambienti giornalistici e editoriali. Fa riflettere anche il tenore del documento con cui i terroristi rivendicarono l’attentato in cui si riportavano alcune espressioni tipiche del mondo delle redazioni.

La libertà sacrosanta di esprimere le proprie opinioni e il proprio dissenso non deve essere confusa con la cieca faziosità che direttamente o indirettamente porta alla violenza. Il giornalismo schierato ciecamente ha fatto troppi danni, anche negli ultimi anni in cui al killeraggio delle pallottole si è sostituito quello, non meno violento, delle parole scritte o urlate. La lezione di Walter Tobagi dimostra invece che la libertà di stampa deve essere accompagnata da una ricerca di obiettività e di approfondimento dei fatti. E soprattutto che stride in maniera irreversibile con la faziosità, il pregiudizio (sociale, politico e religioso) e la cieca appartenenza.

Sarebbe bello che prima o poi la famiglia di Tobagi rendesse pubblico il suo diario. Come anni fa scrisse un altro autorevole giornalista e scrittore ormai scomparso, Gaspare Barbiellini Amidei, quel documento potrebbe essere una grande testimonianza per i ragazzi che da grandi vogliono diventare giornalisti.

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